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LEGATI AL MARE
L'Arte di pescare i Tonni

Il tonno, avvertito il richiamo di quello che noi chiamiamo "amore", cessa il capriccioso peregrinare tra i liquidi pascoli oceanici dell'Atlantico.L'istinto lo riconduce dritto verso le Colonne d'Ercole. I tonni viaggiano in branchi compatti: cento, duecento, cinquecento per volta. 

Da Gibilterra, una sorta di stazione intermedia e di smistamento, i branchi scoccano come frecce su traiettorie diverse.
Taluni muoveranno verso le più vicine coste africane di Marocco, Libia e Tunisia; altri proseguiranno fino all'Egeo; altri ancora centreranno la Sicilia per circumnavigarla dalla costa occidentale trapanese a quella orientale e giù fino all'estremo Sud di Capo Passero. Ogni anno è così, perché questo è il codice del Thunnus thynnus di questo emisfero. E' così da molto tempo prima che, 10 mila anni orsono, una mano incidesse, stilizzata, la possente sagoma del pesce dentro la Grotta dei genovesi nell'isolotto di Levanzo di fronte a Trapani nell'arcipelago delle Egadi.

La sagoma del tonno e l'immagine di un uomo: certamente il primo documento "scritto" dell'arte di cacciare i tonni. Nasce così la tonnara. Un immenso complesso di reti, quasi un castello sommerso per chilometri, con le sue insidie, con le segrete e i passaggi obbligati, con la "torre" rovesciata. Nasce così il malfaraggio, quel complesso di edifici che raggruppano le rimesse per il naviglio, le reti, gli attrezzi per la pesca, quasi sempre con una torre, da dove il rais, l'uomo che ha costruito e posto la rete, interroga il mare, guarda il cielo, annusa gli odori, trova misteriosi punti di riferimento sulla montagna e non parla ai suoi uomini ma ordina imperioso dalla sua muciara (la barca trono, l'ammiraglia a remi della tonnara) fino al compimento del rito della mattanza, della morte. I tonni trafitti e morenti oggi non raggiungono più i malfaraggi. Motivi economici e il mercato impongono l'applicazione di sofisticati metodi di lavorazione e conservazione del pesce, che richiedono immediatezza e celerità. Tutto avviene in mare, lontano dalla costa.


I canti dei Tonnaroti di Favignana

"In questi ritmi(...) il lungo e uniforme lavoro dà luogo (...) a una continua iterazione della stessa formula (...) La scansione ritmica, come in un rito sacro, si accompagna in perfetta sincronia con i movimenti e, coordinandoli, ne alleggerisce il peso e ne aumenta l'efficacia..."

FIRMICULA TERRA CHIANA

Firmicula terra chiana E amola e amola
Marsala patuana E amola e amola
Firmicula e Favugnana E amola e amola
Favugnana pi Mazzara E amola e amola
E Levanzo 'a duana E amola e amola
Capu Grossu e Culummara E amola e amola
Mastru Petru carrìa cantannu E amola e amola

Formica terra piatta / Marsala patuana / Formica e Favignana /Favignana per Mazara del Vallo / E Lorenzo la dogana / Capo Grosso e Colombara / Mastro Pietro va in carretto cantando

TIRAMU STA BARCA

Tiramu sta barca E leva leva
Tiramu sta barca E leva leva
Tiramu arrancata E leva leva
Ca 'ndi pigghiamu E leva leva
Puru ducento E leva leva
Tiramu arrancata E leva leva
E 'gghiamu sutta E leva leva
Facimundi sutta E leva leva
A caparazzu E leva leva
Tiramu arrancata E leva leva

Tiriamo questa barca / Tiriamo questa barca / Tiriamo con perseveranza / Che ne prendiamo / Perfino duecento / Tiriamo con perseveranza /E andiamo sotto / Alla barca /Tiriamo con perseveranza

Testo e canti tratti da:
A. Virgilio Savona - Michele L. Straniero
I canti del mare
Mursia

La tonnara dell'Orsa

La pesca del tonno si rinnova in Sicilia ogni anno con il rito della "mattanza". Conosciuta da Greci e Romani, fu perfezionata dagli arabi che istruirono i siciliani. Le "passe" erano cospicue, specie lungo la linea tirrenica che da Trapani arriva fino a Palermo. Di quel passato rimangono oggi i "marfaraggi", cioè la parte in muratura delle tonnare destinate alla lavorazione del tonno e alla conservazione del complesso delle reti ("cruciera") e delle barche. Si contano sulle dita di una mano, le tonnare attive. A occidente del litorale di Carini, su una pianeggiante punta denominata dell'Orsa, nei pressi di una caletta, si trova l'antico baglio benedettino di Cinisi, raggiungibile grazie a una stradina che costeggia l'area aeroportuale. Si tratta di uno dei più antichi bagli adibiti a tonnara esistenti in Sicilia: fu concessa per questo uso da re Ludovico di Sicilia a Corrado de Castellis nel 1344. Nel 1382 pervenne al monastero dei benedettini di San Martino delle Scale e fece parte dell'immenso patrimonio dei frati per quasi cinque secoli. Nel 1569 il marfaraggio venne ingrandito e restaurato, assumendo l'aspetto attuale e inglobando la torre trecentesca. Il baglio ha pianta quadrata, con un cortile interno cinto fra spesse mura. Si perviene all'interno attraverso un arco ogivale, l'ingresso principale che un tempo era chiuso da un cancello. Subito sulla destra dell'ingresso c'è un palazzetto a due elevazioni: al piano terra c'erano i magazzini e le stanze di lavoro, al piano superiore l'abitazione del rais (capobarca). Sulla sinistra ancora stanze da lavoro e la taverna; tutti gli ambienti hanno caratteristiche volte a botte in pietra. Nell'angolo più vicino al mare, a chiudere la cinta muraria, si staglia la torre, a due elevazioni e pianta quadrata. La sostengono agli angoli dei grossi costoloni che si interrompono all'altezza del marcapiano; un parapetto chiude la sommità formando una terrazza. Due aperture, nel lato verso il mare, consentivano l'uscita delle bocche di fuoco. La torre, che fungeva da punto d'avvistamento a protezione della tonnara, nel XVIII secolo fu inserita nel programma ufficiale di avvistamento che comprendeva l'intera costa dell'isola. I benedettini, che si comportavano come dei feudatari, la utilizzarono anche come carcere. A sinistra della torre si trova un grande locale con archi rampanti, la "trizzana", dove venivano ricoverate le barche. Nel muro di traverso è stato ricostruito l'appendituri che serviva per appendere i tonni dopo l'eviscerazione. Ancora oltre troviamo una cappella, piccola costruzione quadrata dedicata alla Vergine, e infine il rivellino, anch'esso a pianta quadrata, dal quale si controllavano i movimenti nell'entroterra, con camminamento, feritoie e caditoie. Adiacente a questo torrino di può osservare il sistema di raccolta delle acque, con pozzo e cisterna, il lavatoio e il forno. La posizione dell'Orsa non fu mai fortunata per via della vicinanza di altre tonnare che intercettavano i tonni. Nei secoli i benedettini la diedero in gestione a diversi privati, ma al principio del Novecento venne abbandonata. La tonnara è stata restaurata pochi anni fa.

testo di Carlo di Franco


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