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DIRITTI
UMANI e
LIBERTA' FONDAMENTALI il dibattito e le testimonianze |
UN CONFRONTO
APERTO E PERMANENTE DELLE POSIZIONI
In questa
pagina trovano libero spazio tutte le posizioni e le testimonianze che
pongano la questione dei diritti umani, delle discriminazioni e delle intolleranze
nell'area mediterranea
(Vedi
nota a fine pagina)
Ho sentito parlare per la prima volta di "circoncisione" femminile durante il Forum delle Organizzazioni non governative tenutosi a Copenhagen nel 1980. Ricordo bene la mia reazione immediata: stupore e incredulità. Ero perplessa, non riuscivo proprio a comprendere cosa dei genitali esterni femminili potesse mai venire circonciso. Decisi di informarmi, volevo capire. Quello che scoprii fu orribile.
Questa premessa non è
superflua perché, nonostante siano passati quasi venti anni, ben
poco è stato detto e fatto per combattere l'aberrazione delle
mutilazioni genitali femminili che nulla hanno a che fare con la circoncisione.
Questo termine, infatti, significa letteralmente "tagliare all'intorno"
ed è generalmente riferito agli organi genitali umani.
Ma per ciò che concerne
i genitali esterni femminili tale intervento nelle sue varie forme corrisponde
alla definizione di Gérard Zwang: "qualsiasi asportazione definitiva
e irrimediabile di un organo sano costituisce una mutilazione".
Sulle mutilazioni esiste
- anche grazie ad informazioni capziose e approssimative diffuse dai mezzi
di comunicazione - un'ignoranza generalizzata che fa sì che esse
spesso vengano, appunto, raggruppate sotto il termine fuorviante di circoncisione
e
soprattutto collocate strumentalmente fra gli usi religiosi inerenti al
mondo musulmano.
Dunque, è d'obbligo
fare chiarezza.
L'area
geografica interessata, oltre 20 paesi, è principalmente
il continente africano (Somalia, Gibuti, nord del Sudan, Kenia settentrionale,
Nigeria del nord, alcune zone dell'Etiopia, dell'Eritrea e del Mali, Burkina
Faso, Sierra Leone, Tanzania meridionale e le popolazioni della valle del
Nilo.) Al di fuori del continente africano le mutilazioni vengono praticate
in Oman, nello Yemen meridionale, negli Emirati Arabi Uniti, in alcune
popolazioni dell'Indonesia, della Malesia, dell'India e del Pakistan e
persino da alcune popolazioni aborigene australiane.
Anzitutto va precisato che
l'unica pratica che trova un equivalente (anche se a mio parere forzato)
con la circoncisione maschile è quella conosciuta impropriamente
come sunna. Ne esitono due forme. La
prima - che mantiene il suo carattere rituale - consiste in una piccola
incisione sul prepuzio (o cappuccio) della clitoride senza asportarne nessuna
parte, limitandosi a far uscire alcune gocce di sangue, la seconda nell'asportazione
del prepuzio della clitoride, conservando l'integrità dell'organo.
Sembra che non sia dannosa per la donna, e non comporti conseguenze sulla
sua salute, ma ritengo necessario sottolineare che operando su di un organo
decisamente piccolo, sicuramente più piccolo del pene di un bambino
è molto difficile non provocare lesioni.
Ben altro sono, invece, le
vere e proprie mutilazioni genitali.
La gravità delle
mutilazioni genitali e l'età a cui vengono eseguite variano da paese
a paese (a pochi giorni dalla nascita, a circa sette anni, o nel periodo
dell'adolescenza).
I tipi di mutilazione sono essenzialmente due:
l'escissione,
ovvero l'asportazione della clitoride e di tutte o parte delle piccole
labbra;
l'infibulazione
anche detta circoncisione faraonica, ovvero l'asportazione della
clitoride, delle piccole labbra, di almeno 2/3 delle grandi labbra con
chiusura dei lembi con spine d'acacia e filo, fino alla cicatrizzazione,
lasciando solo un minuscolo orifizio, mantenuto aperto mediante l'inserimento
di un sottile pezzo di legno o di una canna, per la fuoriuscita dell'urina
e del sangue mestruale.
L'infibulazione
riguarda praticamente la quasi totalità della popolazione femminile
della Somalia (oltre il 98%), seguono poi Gibuti (90%,) il nord
del Sudan (90%). E' la forma di mutilazione tipica dei paesi del Corno
d'Africa; nei villaggi viene spesso effettuata senza alcun anestetico,
con coltelli, lamette da barba o pezzi di vetro. La bambina viene immobilizzata
e tenuta con le gambe aperte. Misture di erbe, cenere o terra vengono applicate
sulla ferita per fermare l'emorragia. Infine le gambe della bimba vengono
legate insieme dall'anca alla caviglia così che lei rimanga immobile
per alcuni giorni al fine di consentire la formazione della cicatrice.
Racconta Faduma, 45 anni,
somala: "Come potrei dimenticare una tale violenza? L'operazione ebbe
luogo di mattina presto. Quando la donna tagliò la mia clitoride
il dolore fu tale che urlai a lungo e mi divincolai, riuscii a scappare,
perdendo sangue, prima che mi riprendessero e la donna potesse completare
il tutto chiudendo la vagina con le spine."
Ancora oggi non è
possibile stabilire esattamente se queste pratiche abbiano avuto inizio
in un'unica area geografica o se si siano sviluppate autonomamente in diverse
zone. Gruppi etnici insediati in uno stesso territorio si comportano diversamente:
ad esempio, in Kenia i Kikuyu praticano l'escissione e i Luo no; in Nigeria,
lo fanno gli Yoruba, gli Ibo e gli Hausa ma non i Nupes o i Fulani. Gli
esempi sono numerosi.
La sociologa egiziana Marie Assad ritiene che ci siano sufficienti prove per affermare che l'infibulazione fosse pratica corrente nell'antico Egitto (l'infibulazione è detta anche circoncisione faraonica) e che da lì abbia avuto origine. Alcuni ricercatori hanno infatti trovato traccia di clitoridectomia su mummie egiziane del XVI secolo a.C.. Altra spiegazione è che tale pratica fosse un antico rito africano della pubertà, solo in seguito giunta in Egitto.
Fonti
ufficiali come l'OMS (che in un'assemblea tenutasi il 13 maggio
1993 a Ginevra ha condannato con voto unanime queste pratiche) stima
che siano dai 90 ai 120 milioni le donne che hanno subito mutilazioni genitali.
Esse sono state private per sempre del diritto di vivere la propria sessualità
perché gli organi amputati non potranno mai essere ricostruiti:
non c'è nessun intervento chirurgico in grado di rimediare a una
clitoridectomia e ripristinare la sensibilità erogena dell'apparato
menomato. I danni immediati provocati dalle mutilazioni genitali possono
essere innumerevoli: emorragia, shock post-operatorio, lacerazioni di altri
organi come l'uretra e la vescica, lo sfintere anale o le ghiandole di
Bartolino. Tetano, setticemia. E ancora: difficoltà - se non impossibilità
- a urinare, dolore nel defecare. In seguito si avrà ristagno del
sangue mestruale, dismenorrea, infezioni croniche dell'utero e della vagina,
formazione di cisti e fistole retto-vaginali, ascessi vulvari.
A volte, se si forma una
cicatrice cheloidica sulla ferita, questa può impedire la deambulazione.
Ma la conseguenza più atroce dell'escissione è la formazione di un neuroma in corrispondenza del nervo dorsale della clitoride, che fa sì che la zona genitale sia sempre sensibile al tatto in modo insopportabile. Spesso, a causa delle infezioni che interessano gli organi riproduttivi, le donne mutilate diventano sterili. I rapporti sessuali sono dolorosissimi. Per arrivare alla deflorazione possono passare mesi, spesi in tentativi che causano indicibili sofferenze. Il marito quando non riesce a penetrare la vagina con il pene cerca di allargare la cicatrice con le dita o con un qualsiasi strumento. Le donne infibulate hanno parti penosi ed essendo gli organi che aiutano la dilatazione irrimediabilmente danneggiati a volte la testa del bambino sfonda il perineo: è necessario praticare episiotomie multiple, cioè due tagli, uno anteriore e uno laterale. La consuetudine vuole che la donna sia reinfibulata dopo ogni parto.
L'escissione
e l'infibulazione sono praticate da cattolici, musulmani, protestanti,
copti, animisti e non credenti dei vari paesi interessati, dunque esse
sono un crimine interreligioso. Un
crimine che origina dal bisogno della società patriarcale di negare
e controllare la sessualità femminile: è ovvio che queste
donne non proveranno mai eccitazione, piacere, orgasmo.
La necessità di reprimere
la sessualità femminile non ha tempo. Il termine 'infibulazione'
deriva dal latino fibula. I romani usavano far passare una fibbia
attraverso le grandi labbra dei genitali delle schiave (ed anche delle
proprie mogli) per evitare che avessero rapporti sessuali. Ezio, un medico
greco (502-575 d.C.), approvò l'escissione sostenendo che la clitoride
doveva essere tolta prima che diventasse troppo grande. Paolo di Egina,
altro medico greco del VII secolo d.C., difendeva questa pratica perché
una clitoride cresciuta era vergognosa, potendo ergersi come un pene ed
essere usata per il coito lesbico. In tempi relativamente più recenti
voglio ricordare le cinture di castità, in uso in Europa nel XII
secolo.
Le motivazioni addotte alla
pratica delle mutilazioni sono le più svariate.
In alcuni paesi come la
Somalia, ad esempio, gli organi genitali femminili così come si
presentano, vengono considerati brutti e sporchi e si ritiene che creando
una vulva piatta e un orifizio semichiuso la bellezza di una donna
venga valorizzata. L'infibulazione tende a questo. In altri paesi si ritiene
che la clitoride possa crescere fino a raggiungere la dimensione di un
pene, possa danneggiare il bambino durante il parto. In altri ancora che
le secrezioni clitoridee distruggano il potere fecondativo dello sperma
e che la donna non possa rimanere incinta. Infine che vada rimossa la parte
femminile dell'uomo (il prepuzio) e la parte maschile delle donne (la clitoride).
Ma, ovviamente, la motivazione più comune è quella di proteggere
le donne dalla loro natura troppo sensuale, conservandone la castità
e preservandone la verginità.
E, come spesso accade nella
società patriarcale, sono le stesse donne ad essere nel medesimo
tempo vittime e complici di questa nefandezza: sostengono ed eseguono le
mutilazioni. Sono le madri a obbligare le figlie; una ragazza non escissa
o non infibulata viene emarginata, irrisa, costretta ad abbandonare la
comunità, non troverà nessuno disposto a sposarla.
La
pressione culturale è tale che sono le stesse bambine
ad attendere impazienti il momento della 'cerimonia'. Finalmente saranno
come le altre, "pulite", potranno dire di aver sofferto senza urlare. Il
dolore e il terrore che invece ne consegue spesso sviluppa nella bambina
a livello psicologico un senso di tradimento da parte della madre.
Oggigiorno, fra i ceti più
abbienti e nelle grandi città, l'escissione e l'infibulazione vengono
eseguite da personale medico e sotto anestesia. Diminuiscono i rischi di
complicazioni immediate ma la devastazione rimane identica e irreversibile.
Nella
maggior parte dei paesi nei quali vengono praticate, le mutilazioni sono
formalmente vietate per legge, ma vengono eseguite ugualmente, di nascosto,
grazie all'ignavia di chi è al potere. Proibire, dunque,
non è sufficiente. E' necessario agire a livello di modificazione
e presa di coscienza sulle donne cercando di far capire loro che l'escissione
e l'infibulazione non hanno nulla a che fare con tradizione e cultura etnica
da conservare, ma negano la sessualità e devastano il corpo.
Comunque
noi, 'evoluti occidentali', non dobbiamo cullarci nell'illusione che le
mutilazioni genitali riguardino paesi lontani, del terzo, quarto o quinto
mondo. La clitoridectomia era una pratica diffusa in Europa e negli Stati
Uniti, soprattutto nella seconda metà dell'Ottocento (alcuni medici
vi inclusero, bontà loro, anche l'ovarectomia) per curare le 'deviazioni
sessuali' come la masturbazione e la 'ninfomania'. Venne regolarmente praticata
negli ospedali psichiatrici fino al 1935.
Questo per quanto riguarda il passato. Oggi si sospetta che anche in Italia si eseguano da parte di personale medico escissioni e infibulazioni su figlie di immigrate: vi sono stati infatti casi di donne e bambine che si sono presentate presso le strutture ospedaliere per le consuguenze delle mutilazioni subite. Un punto di sutura con un filo di seta oppure un tubicino di drenaggio vaginale erano la prova evidente che le mutilazioni erano state fatte nel nostro paese, forse utilizzando strutture pubbliche e comunque in modo esperto e con tecniche chirurgiche perfette.
E mentre milioni di donne
subiscono la deliberata asportazione di organi sani, nell'Europa
felix non mancano personaggi deliranti come Tobie
Nathan, un etnopsichiatra, docente all'Università Paris
VIII, secondo il quale l'escissione è un meccanismo di prevenzione,
uno straordinario beneficio sociale che la società francese deve
urgentemente riscoprire. A suo illustre parere le donne escisse sarebbero
molto più equilibrate e l'incidenza della malattia mentale fra di
loro sarebbe quasi nulla. Infine, l'etnopsichiatra francese sostiene che
i 'riti iniziatici' possono essere modificati soltanto se è un popolo
intero a farlo. Al contrario io credo che in genere sono proprio le minoranze
a innescare la trasformazione e la cancellazione di forme e abitudini culturali.
A questo triste individuo
(al quale consiglio l'asportazione di pene e testicoli così da accrescere
il suo equilibrio) dà man forte l'antropologo Claude
Lévi-Strauss che tempo fa ha affermato
che c'è poesia e bellezza nelle mutilazioni e che queste costituiscono
un attentato all'integrità del corpo infantile solo secondo una
morale occidentale......
La risposta è una
sola. L'infibulazione così come l'escissione sono da paragonarsi
alla castrazione maschile. C'è da sottolineare, però, che
per quanto la castrazione possa essere orribile, gli eunuchi hanno sofferto
meno delle donne mutilate perché non hanno dovuto far passare un
pene o partorire attraverso gli organi menomati.
Le mutilazioni genitali
femminili dovrebbero essere considerate alla stessa stregua della tortura
e combattute con il medesimo impegno e la stessa forza.
Cultura e tradizione non
hanno nulla a che fare con l'impossibilità a vivere la sessualità,
a provare piacere, a godere un orgasmo, con lo strazio nell'esplicazione
dei più elementari bisogni fisiologici, con l'esperienza della maternità
trasformata in un incubo.
Francesca Bettini
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Bibliografia essenziale:
E.Dorkenoo, S.Elworthy,
Mutilazioni
genitali femminili, AIDOS, Quaderno n. 1 n. 2, Roma, Edizione aggiornata
aprile 1992
A.Hersi Magan, La circoncisione
e l'infibuazione delle donne somale, tesi inedita, Università
degli studi di Catania, anno accademico 1993-94
A.Garusi, Le lacrime
che nessuno vede, in "Nigrizia", Novembre 1996, pagg. 31-46
M. French, La guerra
contro le donne, Rizzoli, Milano, 1993, pag.118 e seg.
M. Antonietta Saracino,
Le
mutilazioni sessuali in Somalia: le donne raccontano, in "DWF", n.22,
1982
P.Grassivaro Gallo, La
circoncisione femminile in Somalia, Franco Angeli, Milano, 1986
S.Salad Hassan, La donna
mutilata, Loggia dei Lanzi, Firenze, 1996
A.Thiam, Black Sisters,
Speak out: Feminism and Oppression in Black Africa, Pluto Press, London,
1986
A.Walker, Possedere il
segreto della gioia, Rizzoli, Milano, 1993
A.al-Darir, Women Why
Do you Weep?, Zed Press, London, 1982
Idem, Female Circumcision
and its Consequences for Mother and Child, studio presentato al simposio
africano sul mondo del lavoro e la protezione dell'infanzia, Yaoundeé,
12-15 dicembre 1979
M.Assad, Female Circumcision
in Egypt - Current Research and Social Implications, American University
in Cairo, 1979
H.Lightfoot-Klein, Prisoners
of Ritual: an Odyssey into Female Genital Circumcision in Africa, Harrington
Park Press, Binghamton, New York, 1989
La raccolta di informazioni
più completa fra quelle disponibili è:
F.Osken, The Osken Report
- Genitale and Sexual Mutilation of Females, Women's International
Network News, 187 Grant St., Lexington, MA 02173 Usa, edizione riveduta
e ampliata autunno 1982.
Sulle mutilazioni praticate
nel XIX secolo in America:
G.J. Barker Benfield, The
Horrors of the Half Known Life: Male Attitude Toward Women and Sexuality
in Nineteenth Century America, Harper & Row, New York, 1976
tratto dal sito ARABROMA, Le voci delle donne, "Donne Mediterranee" (link da nostra home page)
Femminilità
- mascolinità:
identità
reali e identità prescritte
La posizione delle donne
nei codici di famiglia del diritto islamico in area maghrebina
di Samia
Kouider, Sociologa
Articolo
pubblicato grazie alla collaborazione tra Comen e Arabroma (link
da nostra home page)
Per inquadrare la mia comunicazione di oggi nel giusto contesto, vorrei sottolineare, in apertura, quanto sia importante e, insieme, quanto risulti difficile il dialogo fra le donne del Mediterraneo, in particolare fra donne della sponda sud e donne della sponda nord. Io, che appartengo al primo gruppo, posso testimoniare che questa difficoltà trae origine, in primo luogo, dalla sensazione di essere osservate dalle donne del nord, e soprattutto dal tipo di sguardo che ci sembra di ricevere da parte loro.
Ciò dipende strettamente dalla nostra storia: abbiamo iniziato da tempo un percorso verso un nostro modello di femminismo e ci confrontiamo continuamente con il timore di venire alienate da modelli altri. Questo disagio di fondo comporta il fatto che, nelle occasioni di incontro fra noi e le donne occidentali, il primo scoglio da affrontare è sempre quello del reciproco pregiudizio.
Dopo questa breve annotazione passerei al tema scelto per il mio intervento, partendo dal titolo, che credo sia di per sé indicativo sulla attuale condizione delle donne del Maghreb. Mi sembra infatti indiscutibile che, in particolare nei tre paesi che conosco meglio (Tunisia, Marocco e Algeria), l’identità femminile stia attraversando un periodo che si può ben definire con il termine di crisi: una crisi determinata dalla perenne alternanza fra tradizione e modernità, fra lecito e illecito, fra riproduzione e produzione (due funzioni che a volte si sommano nella stessa persona, altre volte vengono tenute, più o meno forzatamente, separate), fra la valorizzazione dell’individuo e il riconoscimento esclusivo del gruppo come unico soggetto sociale, fra le regole tipiche di una società comunitaria e altre, tipiche di modelli individualistici, che riservano al singolo cittadino il ruolo di attore principale.
Ne risulta
un’identità femminile in bilico fra il riferimento ai modelli tradizionali
e religiosi e l’attrazione verso quelli moderni e “occidentali”, nei quali
la differenza di genere viene da tempo valorizzata come risultato della
critica del maschile. Per cercare di esaminare questa fase di crisi evitando
di restare su un livello troppo generico, ho scelto di segmentare il mio
discorso, focalizzando l’analisi su tre tipi di “identità”: quella
sociale, quella culturale, e, con maggiore specificità, quella giuridica.
Per definire
l’identità sociale delle donne del Maghreb, possiamo cominciare
sottolineando il fatto che sembra essersi conclusa l’epoca segnata dalla
loro identificazione in puri “oggetti” di controllo sociale. Sono costretta
ad usare questa brutta parola: la nostra tradizione (che non è soltanto,
come vorrebbe la propaganda messa in atto dai nostri governanti dai giorni
dell’indipendenza ad oggi, arabo-musulmana, ma è molto più
complessa e composita, e risente fortemente degli influssi della cultura
berbera) è infatti prettamente fallocratica. Nel suo sistema di
ruoli, l’uomo, identificato con il fallo e quindi con l’esterno, deve lavorare
e produrre, mentre la donna, identificata con l’utero e quindi con l’interno,
deve rimanere confinata nell’ambito delle mura domestiche e delle funzioni
meramente riproduttive. Credo che un famoso proverbio berbero possa esemplificare
questa concezione meglio di qualunque discorso: “La donna, nella propria
vita, deve uscire soltanto tre volte: dalla pancia di sua madre, dalla
casa di suo padre a quella di suo marito e dalla casa di suo marito alla
sua tomba”.
Nella
tradizione arabo-berbera esiste quindi un spazio privato prettamente femminile
e uno spazio pubblico prettamente maschile. Non si tratta di una suddivisione
a voi sconosciuta, poiché il sistema sociale che su di essa si modella
non è esclusivo del Mediterraneo meridionale. In questo sistema,
la donna viene educata ad essere umile, ubbidiente, silenziosa e pudica,
mentre l’uomo è chiamato ad essere virile, ovvero aggressivo e non
emotivo.
Ebbene, si
può dire che questo modello (che qui, naturalmente, ho schematizzato)
oggi non risponda più alla realtà del Maghreb. Tuttavia,
per l’alternanza fra tradizione e modernità di cui parlavo in apertura,
alcune pre-esistenze appartenenti a questo antico e radicatissimo sistema
continuano periodicamente a far sentire il loro peso nella determinazione
dei comportamenti sociali, sia all’interno che all’esterno della famiglia.
Le donne vengono alternativamente spinte a ricoprire nuovi ruoli e richiamate
all’obbedienza e all’osservanza delle regole che mirano a limitare le loro
funzioni a quella riproduttiva. Questo avviene perché il tentativo
di ridefinizione dei ruoli in atto nelle nostre società si scontra
con il rifiuto dei modelli proposti dalle società occidentali.
Credo tuttavia che questa crisi non possa risolversi in una ricaduta negli stereotipi della tradizione, sia perché ormai la partecipazione delle donne alla vita della società è sentita come necessaria per il suo sviluppo, sia soprattutto perché le donne del Maghreb si sono finalmente conquistate degli spazi che non potranno più essere revocati: mi riferisco, in particolare, al loro ingresso nelle istituzioni, nel mercato del lavoro e nella vita politica. L’identità sociale della donna maghrebina è dunque un’identità nuova e fluida, che sta vivendo un periodo di formazione e di transizione che la allontana sempre di più dalle sue prerogative tradizionali.
Passiamo ora al secondo versante identitario a cui vorrei qui accennare, quello culturale. In questo ambito, il ruolo storico della donna maghrebina è quello dell’educatrice: il compito ad essa affidato è sempre stato quello di tramandare i valori della tradizione, ovvero quegli stessi valori che hanno fatto di lei più un oggetto che un soggetto della società. Proprio il fatto di essere da sempre le prime affidatarie dei valori comuni e di occupare una posizione cruciale nella loro trasmissione ha consentito alle donne, recentemente coinvolte in nuovi settori della vita sociale e in nuovi interessi extra-domestici, di giocare un ruolo determinante nei processi di cambiamento che stanno investendo le società del Maghreb.
Il fatto stesso che una donna abbia conquistato, e occupi quotidianamente, uno spazio pubblico (e quindi, nello schema tradizionale, maschile per antonomasia) implica automaticamente che ella trasmetta ai propri figli un’immagine di sé connotata non solo dalle prerogative di madre, moglie o sorella (ovvero di membro femminile di una famiglia), ma anche di quelle di membro femminile di una società. D’altro canto, questa transizione identitaria (in pieno divenire) comporta che le donne magrhebine debbano incontrare una serie di nuove e notevoli difficoltà nell’assolvimento della propria funzione educativa. Questa compresenza di moderno e tradizionale, questo conflitto fra il prestigio dell’io collettivo e la nuova, indefinita forza dell’io individuale, costringe infatti coloro che sono chiamate a sintetizzare e trasmettere i valori fondanti della società a compiere, giorno dopo giorno, una faticosa opera di mediazione fra “lecito” ed “illecito”.
In altre parole, oggi le madri consigliano alle figlie di fare attenzione a non rimanere stritolate nei meccanismi di una società in cui l’educazione che viene impartita ai maschi (fondata sui “valori” della virilità e dell’aggressività) mantiene un forte peso, ma, nello stesso tempo, le spingono anche a studiare e a lavorare, ovvero a entrare in questi stessi meccanismi, a partecipare attivamente allo sviluppo comune. Ed è proprio attraverso l’istruzione e il lavoro delle donne che le nostre società stanno conoscendo delle trasformazioni radicali, non solo sul piano economico, ma anche, e forse soprattutto, sul piano culturale.
Veniamo finalmente a parlare dell’identità giuridica della donna maghrebina. Si può cominciare rilevando che l’uso stesso dell’espressione “identità giuridica” può essere considerato, in questo contesto, come una forzatura. Non a caso il titolo di questa comunicazione parla di “identità prescritte”. Le donne vengono infatti ancora riconosciute dalle leggi vigenti in Algeria, Tunisia e Marocco più come oggetti che come soggetti dotati di identità. Ciò non significa che alla codificazione di questi oggetti non venga data importanza o che alla specificazione delle prerogative femminili non venga dedicato spazio: significa invece che, nel farlo, i codici di famiglia non riconoscono un’identità femminile che esuli dalla determinazione delle coordinate che le sono proprie in quanto membro di un gruppo, in particolare di un gruppo familiare. È solo questo tipo di appartenenza comunitaria che connota le definizioni giuridiche della donna: in rapporto al matrimonio, al divorzio o all’affidamento dei figli, per esempio, ella è definita come moglie o madre, in rapporto all’eredità e alla divisione del patrimonio viene considerata anche in quanto sorella o parente. Possiamo quindi affermare, in prima battuta ed in termini generali, che il diritto di famiglia di questi paesi rispecchia fedelmente lo schema sociale tradizionale.
Il nostro discorso non può tuttavia continuare senza una precisazione importante. In ambito giuridico s’impone infatti una distinzione fra la Tunisia e il Marocco da una parte e l’Algeria dall’altra. Le stesse date di redazione sono indicative delle diverse impostazioni ideologiche sottese ai codici. Per il Marocco e la Tunisia si risale al periodo immediatamente seguente la conquista dell’indipendenza (rispettivamente il 1957-58 e il 1956), mentre l’introduzione in Algeria del cosiddetto “diritto dell’infamia” è avvenuta nel 1984.
Ciò ha comportato che, nei primi due casi, il diritto s’inscrivesse nel moto di riconquista territoriale ed etico-politica di cui le popolazioni maghrebine erano state protagoniste negli anni precedenti alla sua formulazione, mentre nel caso dell’Algeria avesse una funzione moralizzatrice rispetto alle mutazioni che, soprattutto per opera delle donne, aveva subito l’assetto sociale nel ventennio seguente all’indipendenza. Ne è conseguito il fatto determinante che l’unico testo di legge dell’area maghrebina che si rifà alla religione e alla tradizione sia proprio quello del diritto di famiglia. Esso si richiama all’articolo della Costituzione in cui si elegge l’Islam al rango di religione ufficiale dello Stato, a differenza degli altri testi e leggi vigenti nei tre paesi che si rifanno invece ad altri articoli presenti nelle rispettive costituzioni, in cui si afferma il principio di non discriminazione fra gli appartenenti a religioni e razze diversi. Appare evidente, quindi, come l’intento del legislatore sia stato soprattutto quello di salvaguardare i valori “sacri” e tradizionali attraverso una regolamentazione della famiglia che fornisse una lettura estremamente tradizionalista della Shari’a, ovvero delle leggi coraniche e del cosiddetto diritto musulmano.
La sanzione del ruolo della donna viene attuata in termini talmente riduttivi da entrare in palese contraddizione con la stessa realtà dei fatti. Per esempio, viene affermato l’obbligo assoluto del marito di mantenere la moglie. Ma la crisi economica e occupazionale che sta attraversando l’Algeria, così come la Tunisia e il Marocco (e che determina, come sappiamo, anche un progressivo incremento dei flussi migratori verso i paesi del nord, fra cui l’Italia) fa sì che la percentuale di famiglie con a capo una donna e di famiglie mono-parentali non sia affatto marginale. È vero che, dei tre paesi, l’Algeria è quello che presenta il tasso di occupazione femminile più basso: ma questo avviene perché anche i criteri di rilevazione adottati nelle statistiche ufficiali soggiacciono ad una discriminante ideologica. Le attività artigianali svolte da donne in ambito domestico, anche se remunerate, non vengono infatti considerate come attività lavorative a tutti gli effetti, quali sono in realtà, ma semplicemente come “aiuti alla famiglia”.
Un
altro versante giuridico in cui è in atto un evidente conflitto
fra legge e realtà effettuale è quello che riguarda il diritto
matrimoniale. Nella legge islamica, trasfusa nel diritto di famiglia algerino
(e, in questo caso, anche in quello marocchino), la donna non può
decidere di sposarsi senza il consenso del proprio tutore (Wali). Il tutore
è solitamente il padre, ovvero colui che, sulla carta (ma, come
abbiamo visto, sempre meno nei fatti) provvede al suo mantenimento. Avviene
quindi che un uomo che spesso non può nemmeno assolvere al compito
formalmente affidatogli dalla legge (ovvero quello di mantenere le proprie
figlie) si trovi ad avere in mano il diritto, assai sostanziale, di decidere
delle scelte di vita di persone che, spesso, non condividono con lui neppure
gli stessi spazi abitativi. Mi sembra che si tratti di uno scollamento
sulla cui gravità sia inutile insistere.
In conclusione,
quindi, si può dire che non esiste affatto un’assoluta omogeneità
fra le condizioni delle donne del Maghreb, sia dal punto di vista giuridico
che da quello socio-economico: permangono, al contrario, differenze notevoli
fra le donne che vivono in ambiti rurali e quelle che vivono in ambiti
urbani, fra coloro che hanno avuto la possibilità di accedere ad
alti livelli di istruzione e coloro che non l’hanno avuta, fra donne che
lavorano e donne che non lavorano.
Tuttavia, credo che, fra tutte queste diverse situazioni, si possa trovare anche un denominatore comune nel fatto che, in ogni caso, le donne rivestano un ruolo di importanza fondamentale nei mutamenti sociali e culturali che stanno conoscendo i paesi del Maghreb. Si tratta di un’assunzione di ruolo che si oppone, spesso diametralmente, all’atteggiamento auto-conservativo che, in questo stesso periodo, viene sovente assunto dagli uomini, i quali accettano con grande difficoltà di rinunciare ai propri tradizionali privilegi in nome della trasformazione, e in alcuni casi hanno cercato di rinforzarli dichiarandone la sacralità.
Ciò che in questa occasione più mi preme sottolineare, prima di concludere, è che l’immagine stereotipata della donna maghrebina sottomessa e in fondo contenta di esserlo, che spesso viene con leggerezza fornita dai mezzi di comunicazione occidentale, non corrisponde affatto alla realtà. Esistono, e non da ieri, movimenti che promuovono una visione dell’identità femminile assai diversa, che agiscono con modalità diversificate e che abbracciano uno spettro ideologico assai ampio. Anche molte donne islamiste sono infatti accomunate alle democratiche e alle progressiste nella contestazione e nel rifiuto delle leggi dello Stato che ledono i loro diritti e limitano i loro spazi di azione nella società.
Per rendere
possibile quell’incontro fra tutte le donne del Mediterraneo di cui in
apertura sottolineavo l’importanza e la difficoltà, mi sembra quindi
necessario, innanzitutto, che tutte ci liberiamo da questi stereotipi,
e che cominciamo a concentrare la nostra attenzione più su ciò
che ci accomuna che su ciò che ci divide. Non solo per conoscerci,
ma anche e soprattutto per intraprendere un percorso comune, cercando di
evitare di ripetere gli errori del passato.
Samia
Kouider, Sociologa
tratto dal sito ARABROMA, Le voci delle donne, "Donne Mediterranee" (link da nostra home page)
EGITTO
discriminazioni
e intolleranze contro le minoranze religiose
Scheda
POPOLAZIONE:
62.110.000
RELIGIONE:
islam 94%; cristianesimo copto 6%
Cattolici:
216.506
Sebbene l’articolo 3 della Costituzione egiziana del 1923 proclami l’uguaglianza di tutti gli egiziani di fronte alla legge, senza distinzione di razza, lingua o religione, la realtà appare ben diversa. La tendenza a islamizzare il sistema giuridico egiziano ha trovato compimento nel 1971 quando venne approvata, per decisione del Tribunale costituzionale supremo, la disposizione secondo cui "l’islam è la religione di Stato e qualunque legge contraria all’islam è contraria alla Costituzione". Quest’ultima, nonostante le modifiche apportate nel 1980, garantisce formalmente la libertà di coscienza e il proselitismo non è legalmente perseguito, ma un articolo del Codice penale, che persegue gli atti suscettibili di attentare all’unità nazionale o alla pace sociale, è usato contro i musulmani che intendano convertirsi alla religione cristiana. Si ha diretta testimonianza di diversi arresti di questo tipo nel 1995, uno nel 1996. Il 4 gennaio 1998 Muhammad Sallam, un cristiano egiziano convertito e già detenuto con altri due convertiti per dieci mesi nel 1990, è stato arrestato all’aeroporto del Cairo e condotto verso una destinazione sconosciuta (MEC, 7 gennaio 1998 e AED info, febbraio 1998).
Lo scarso o nullo rispetto del diritto alla libertà religiosa colpisce certamente anche militanti islamisti, come ricorda il Rapporto di Amnesty International del 1998, che cita i casi di 34 presunti membri dei Fratelli Musulmani arrestati nell’agosto del 1997, con l’accusa di appartenere a un’organizzazione religiosa illegale, rilasciati un mese dopo. Ma il fenomeno, sempre secondo l’organizzazione internazionale, riguarderebbe migliaia di casi, compresi gli avvocati che si occupano della difesa dei detenuti. Tra le vittime dell’intolleranza, anche decine di giovani appassionati di musica rock detenuti per un mese perché accusati di praticare culti satanici.
Numerose leggi e provvedimenti discendenti da tale norma contravvengono al principio di equità fra cristiani e musulmani in materia di atti giuridici (successioni, matrimoni, ecc.). Di conseguenza la legge impedisce che un cristiano sia nominato tutore di un bambino musulmano; nelle controversie giuridiche si attribuisce comunemente maggiore valore alla testimonianza di un musulmano rispetto a quella di un cristiano; abbandonare la religione musulmana è proibito, ma non vale lo stesso principio nel caso di conversioni dal cristianesimo all’islam. Discriminazioni dello stesso tenore valgono per la legislazione scolastica: un cristiano non può insegnare materie letterarie, mentre i corsi di storia, di filosofia, di letteratura sono impregnati di posizioni anticristiane e gli studenti cristiani sono obbligati ad apprendere tutto ciò.
Nel campo della stampa e dell’editoria (l’ordinanza 518 del 24 febbraio1970) precisa che i libri e le pubblicazioni religiose a proposito del cristianesimo debbano passare attraverso il controllo della censura, mentre è prescritto che sia favorita la distribuzione e la circolazione di pubblicazioni islamiche nelle scuole e nelle università.
Persecuzioni
contro il clero e le Chiese:
Il capo della Chiesa copta ortodossa,
Amba (titolo equivalente a quello di Pontefice) Chenouda III viene arrestato
nel 1981 e sottoposto a una detenzione in "residenza sorvegliata" fino
al 1985. Si può calcolare che da allora quasi un quarto dell’episcopato
copto abbia subito provvedimenti restrittivi della libertà personale.
All’origine di questo arresto vi è la determinazione del patriarca
Chenouda nel denunciare le violenze contro i copti. Dopo una lunga serie
di violenze ed assassini, il 17 giugno del 1981 un intero quartiere del
Cairo, Zawya el-Hamra, dove cristiani e musulmani coabitavano da tempo,
è assaltato e messo a ferro e fuoco da parte degli integralisti
islamici. Benché il numero di morti non sia stato mai precisato,
si può ritenere che non meno di 20 siano state le persone uccise
e più di un centinaio i feriti. Bambini scaraventati dalle finestre
sotto gli occhi inorriditi dei genitori, incendi di chiese e saccheggi
dei negozi e delle abitazioni: i gruppi di fanatici islamisti hanno imperversato
indisturbati per due interi giorni senza che la polizia osasse intervenire.
La reazione dell’allora presidente Sadat a tali violenze fu la destituzione,
il 5 settembre, del patriarca Chenouda e il suo "confino coatto" a cui
si è accennato. Dopo un mese circa, il 6 ottobre, il presidente
Sadat cadrà sotto il fuoco di un commando islamico. Sono documentati
numerosi casi di oltraggi e ingiurie rivolte anche per la strada ai religiosi
cristiani, così come assalti alle chiese e ai luoghi di culto. Nel
febbraio del 1987 nella cittadina di Sohag (nell’Alto Egitto) in seguito
ad un principio di incendio verificatosi accidentalmente nella locale moschea,
due chiese - una copta ortodossa e una protestante - sono state incendiate
e danneggiate pesantemente da gruppi di integralisti islamici convinti
che i cristiani fossero responsabili dell’incendio della loro moschea.
Altre notizie di azioni violente contro i cristiani sono giunte dalla città
di Beni-Souef (115 km a sud del Cairo).
Il periodico "Idea spektrum" del 12 gennaio 1995 riportava la notizia secondo cui nella città egiziana di Giza tre preti copti ortodossi sono stati arrestati con il sospetto di istigazione alla conversione religiosa. Sono stati accusati di aver falsificato la carta di riconoscimento di una donna ex musulmana sotto un’altra presunta registrazione religiosa. La signora aveva ricevuto il battesimo nella chiesa di S. Dimyane. Il 19 dicembre il pastore protestante W. Gayyid è stato assolto dall’accusa di aver attuato conversioni religiose. Secondo l’organo di stampa citato, su 55 milioni di egiziani, l’85% è musulmano, il 14% cristiano.
"Middle East International", il 7 marzo 1997, informa che il 12 febbraio una chiesa copta dell’Alto Egitto, presso il villaggio di Fikriya nel governatorato di Minya, è stata presa d’assalto da uomini armati. L’attacco è avvenuto in occasione dell’incontro settimanale dei giovani della chiesa ed ha provocato nove morti. Il 13 marzo nove copti e quattro musulmani sono stati massacrati da un commando islamista a Ezbet Daoud; l’attentato ha provocato anche 25 feriti. Da fonti copte si segnalano numerosi casi di istigazione alla violenza da parte di gruppi facenti capo a moschee (a Kafr Denyan tali incitamenti hanno condotto ad azioni violente) e a pratiche di estorsione e minacce contro i cristiani. Nel settembre del 1997, qualche giorno dopo l’annuncio di un’apparizione mariana presso la chiesa di Shartana el Hagar, centinaia di islamisti hanno invaso il villaggio, gridando slogan anticristiani, proferendo minacce e rubando i beni dei cristiani. (cfr. anche CWR 11/1997; AED info 2/1998).
L’agenzia di stampa tedesca "KNA", il 14 febbraio 1997, informa che, nella città egiziana di Abu Qurquas, i militanti musulmani hanno ucciso nove copti e ferito gravemente altri cinque. Un altro uomo è morto più tardi per le ferite riportate. Quando la polizia ha comunicato l’accaduto nella capitale, uomini armati si sono spinti, tre giorni dopo, di sera, in una chiesa a 200 km a sud del Cairo, hanno accerchiato il villaggio e sparato agli uomini con le mitragliatrici. Probabilmente appartenevano al gruppo militante "Jama islamiya". Dal 1992 sono state uccise circa 1.170 persone dai fondamentalisti, tra cui numerosi cristiani.
I responsabili dei movimenti integralisti islamici invitano i musulmani d’Egitto alla discriminazione contro i loro compatrioti cristiani. Nell’aprile del 1997 la guida suprema dei Fratelli Musulmani ha dichiarato che quando l’Egitto diverrà uno Stato islamico "i cristiani non potranno più servire nell’esercito perché in caso di conflitto con un Paese cristiano, essi potrebbero cambiare alleanza e diventare agenti del nemico". Dal settimanale tedesco "Der Spiegel" del 14 aprile 1997 si apprende che la confraternita islamica militante ha cominciato la sua campagna contro i dieci milioni di cristiani copti. Il suo leader, Mustafa Maschur, ha invitato ad allontanare i copti dagli apparati statali, dalle forze armate e a escludere dal governo i ministri cristiani.
Nella corrispondenza di KNA-OKI del 30 settembre 1997 si rende noto che l’invocazione "Dio è immensamente grande" è diventata, nella terra del Nilo, una dichiarazione di guerra contro i turisti e contro i cristiani egiziani. Quattro copti, cittadini egiziani, sono stati assassinati nella provincia di Minya da un commando islamico. Le vittime, appartenenti a quella minoranza di quattro milioni di cristiani in Egitto (ma i copti parlano di 9 milioni), erano contadini come i loro vicini musulmani, e al momento del fatto di sangue sedevano davanti alle loro case nel villaggio Kafr Ruman, 300 km a sud del Cairo. La polizia è convinta che si tratti della organizzazione musulmana integralista Jamaa islamiya. Lo scopo degli integralisti in questi ultimi anni è quello di lasciar prosciugare le risorse provenienti dal turismo per indebolire il regime e portare il Paese nel caos. Così si faciliterebbe l’edificazione di una città islamica di Dio. La pressione del regime e le forti misure preventive per gli stranieri hanno portato a una diminuzione degli atti di terrorismo. Dal 1992 si contano più di mille vittime civili, ivi compresi gli integralisti e gli agenti di polizia. Ma è una guerra santa contro i cristiani? La situazione non è chiara, come non è neanche chiaro il numero esatto dei cristiani nel Paese, la cifra oscilla dai due ai nove milioni, a seconda della fonte. Di fatto ogni attività missionaria è proibita, nelle città il 90 per cento degli abitanti è musulmano e l’integralismo rappresenta una minaccia giornaliera.
In un’intervista rilasciata nell’ottobre del 1997 il vescovo copto cattolico di Mynia, mons. Antonios Naguib, ha dichiarato che negli ultimi cinque anni gli estremisti islamici hanno causato la morte di circa 1.100 persone, delle quali 220 cristiani nel Medio ed Alto Egitto (DC, 5 ottobre 1997).
Secondo un sacerdote copto del Cairo, informa l’agenzia "Fides", le recenti esplosioni di violenza da parte degli integralisti sono dovute al radicamento del fondamentalismo nel sistema educativo egiziano. Sono infatti molto frequenti casi in cui gli studenti appartenenti a minoranze religiose vengono pesantemente discriminati e maltrattati. È accaduto, ad esempio, che sia stato imposto il chador a bambine cristiane delle elementari e che le scuole cattoliche abbiano subito la forte ingerenza delle autorità. Non è un caso che dopo la strage di Luxor del 17 novembre 1997 il ministro dell’Educazione Husein Kamel Bahaedin abbia annunciato di aver spostato 1.600 insegnanti dall’insegnamento pubblico a servizi amministrativi.
La politica del governo, secondo padre Boulos Garas, direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie dell’Egitto, è di ignorare la presenza della Chiesa, perché i cattolici sono considerati semi-stranieri. I cristiani di Egitto infatti, ufficialmente, sono i copti ortodossi; i cattolici soffrono tale situazione che li rende minoranza nella minoranza. Nei confronti dei cristiani sono esercitate anche forti pressioni di tipo sociale ed economico, tanto che molti abbandonano il cristianesimo solo per vivere in migliori condizioni di vita. Nonostante ciò i cristiani sono per lo più rispettati, il dialogo interreligioso ha conosciuto dei momenti positivi e soprattutto la popolazione non mostra ostilità verso i cristiani. (cfr. "Fides", febbraio 1998).
"Idea spektrum", il 19 febbraio 1998, riferisce che il Consiglio delle Chiese Mediorientali ha rivolto un appello ai cristiani egiziani affinché non abbandonino il Paese, sostenendo che l’emigrazione non è una risposta alla discriminazione. Ogni anno ne espatriano circa 10mila in Canada o Australia, mentre secondo il Consiglio essi costituiscono una parte integrante della società del mondo arabo. Eppure, nelle 26 province egiziane non c’è neanche un governatore copto. Delle 127 ambasciate all’estero, nessuna è rappresentata da un ambasciatore cristiano-copto. Inoltre, solo dieci delle 3.600 imprese di Stato hanno un presidente che appartiene a questa religione. Il Consiglio delle Chiese Mediorientali afferma di non aver bisogno di protezione esterna ma di un approfondimento del dialogo a proposito della discriminazione. Dopo la dichiarazione del Consiglio delle ventisette Chiese che rappresentano 14 milioni di credenti, la situazione di ortodossi, cattolici e protestanti rimane comunque critica, così come negli altri 22 paesi della Lega Araba, la cui popolazione è formata per il 10 per cento da cristiani.
Versioni e interpretazioni diverse provengono da "Ecumenical News International – ENI News Service", del 26 marzo 1998, secondo cui il leader di una delegazione di pastori americani, Calvin Butts III, presidente del Concilio delle Chiese di New York City, visitando l’Egitto in marzo, ha dichiarato che le notizie sulle persecuzioni di massa dei cristiani in una nazione a maggioranza musulmana sono esagerate.
Secondo il "World Churches Handbook" – che stima in 61 milioni gli egiziani – nel Paese vivrebbero 8,7 milioni di cristiani. La Chiesa maggiore è la copto ortodossa, con 8 milioni di seguaci. Esistono episodi isolati di violenza ma le relazioni generalmente sono ottime, grazie anche all’appoggio del governo.
Molti leader delle Chiese del Medio Oriente temono che gli interventi dei governi stranieri, in particolare di quello statunitense, per un migliore trattamento dei cristiani, possano creare dei malintesi e dei risentimenti contro gli stessi religiosi che si erano voluti difendere. Il numero delle uccisioni dei cristiani non supera quello della popolazione in generale, la volontà dei terroristi è di destabilizzare il governo e non uccidere i cristiani. Per quel che riguarda le conversioni forzate all’islam e l’uccisione di musulmani convertiti, i leader cristiani egiziani hanno affermato che ciò accade assai raramente. È vero che esistono gravi difficoltà per costruire o restaurare chiese, ma, ad esempio, non ci sono discriminazioni per i cristiani che lavorano con il governo. L’uomo più ricco del Paese è un egiziano cristiano. Contemporaneamente, rappresentanti dell’Unione Copta Americana hanno organizzato una conferenza stampa per denunciare che gli episodi contro i cristiani non sono assolutamente fatti isolati, ma accadono regolarmente. Il governo, a loro avviso, non fornisce una protezione sufficiente e, anzi, agisce in collaborazione con i terroristi.
Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa "Catholic News Service" il 3 aprile 1998, il Ministro per gli Affari Esteri egiziano, Amre Moussa, ha rifiutato l’etichetta di "terrorismo" per l’islam, affermando che questo tipo di violenza esiste in paesi cristiani ed ebraici allo stesso modo. Ha parlato di un comitato per il dialogo cristiano-musulmano da concretizzarsi in maggio, augurandosi un ragionevole e tollerante approccio fra le due religioni. Secondo il ministro ci sono gruppi che si nascondono dietro la religione per compiere atti di terrorismo.
L’"International Herald Tribune" del 14 aprile 1998 dà notizia di una proposta di legge statunitense per la riduzione delle persecuzioni alle minoranze religiose, che ha fatto esplodere la rabbia in Egitto. La proposta parla di sanzioni economiche contro i paesi colpevoli di discriminazioni religiose e trova l’opposizione dei copti egiziani, che rappresentano la più vasta minoranza cristiana nel mondo arabo. Il provvedimento sembra infatti avvalorare la domanda di coloro che vogliono eliminare l’aiuto economico americano all’Egitto, che è stato un pilastro della collaborazione con gli Stati Uniti fin dall’accordo di Camp David. Questo avviene in un momento in cui il mondo arabo sta guardando con sospetto agli americani che applicano due pesi e due misure di giustizia, uno contro gli arabi e i musulmani e l’altro sorvolando sulle violazioni degli israeliani sui diritti dei palestinesi. Ma le discriminazioni esistono, come ad esempio gli impedimenti per la costruzione o il restauro delle chiese oppure l’occultamento, nei programmi delle scuole superiori, dell’influenza copta prima dell’avvento dell’islam. I copti sono esclusi per la maggior parte dalla vita politica, dagli incarichi di governo e dai posti accademici di importanza, tranne rare eccezioni.
"Human Rights Without Frontiers" dell’8 agosto 1998 parla di "Escalation di persecuzioni contro i cristiani", rendendo noto che il 27 luglio 1998, senza che nulla lasciasse presagire una tale iniziativa, le forze di sicurezza egiziane hanno provveduto alla chiusura forzata di una chiesa copta a Maadi, vicino al Cairo. Un gruppo di soldati, guidati da ufficiali superiori, ha preso d’assalto la chiesa e sigillato tutti gli ingressi, comprese le finestre. Un portavoce delle forze di sicurezza ha dichiarato che l’azione di forza si era resa necessaria perché la chiesa non aveva i permessi richiesti. La chiesa era stata costruita quattro anni fa su territorio di proprietà della Chiesa copta nella Diocesi di Maadi. La comunità usava la chiesa per il culto domenicale, sebbene non avesse ancora ottenuto il permesso ufficiale; la realtà dei fatti è che tali permessi possono giungere anche dopo dieci anni, ma è stata consuetudine, finora, permettere lo svolgimento del culto domenicale. Poche settimane prima di questo incidente tre cristiani copti sono stati uccisi probabilmente da militanti islamisti in una località 200 miglia a sud del Cairo.
Tre religiosi copti ortodossi sono
stati accusati da un giudice egiziano, secondo la notizia di "Human Rights
Without Frontiers" del 21 ottobre 1998, per aver interferito nelle indagini
riguardanti l’assassinio, risalente alla metà di agosto, di due
cristiani in un villaggio dell’Egitto settentrionale. Il vescovo copto
ortodosso Wissa di Baliana, convocato presso il procuratore del Governatorato
di Sohag, è stato accusato insieme ad altri due sacerdoti della
sua diocesi, di aver infranto cinque articoli del codice penale egiziano.
I due sacerdoti sono padre Antonious
Fouad Hannam e padre Chenouda. Il vescovo Wissa aveva contattato i gruppi
egiziani per la difesa dei diritti umani all’inizio di settembre con una
documentazione in cui si sosteneva che almeno 1.000 cristiani del villaggio
di El-Kosheh (la cui popolazione è per l’80 per cento cristiana)
erano stati arrestati, interrogati con metodi vessatori e torturati dalle
autorità di polizia che investigavano sul duplice omicidio. Pur
essendo stati denunciati gli abusi alle autorità locali di polizia
da parte del vescovo, gli arresti sarebbero continuati ancora per diverse
settimane. L’organizzazione egiziana per i diritti umani (EOHR), dopo una
verifica dei fatti, afferma che i cristiani detenuti per mesi durante le
fasi dell’indagine sono 1.200. Secondo l’EOHR, la polizia "parte dal presupposto
che il responsabile sia un cristiano". La notizia delle accuse è
stata confermata dal responsabile del Dipartimento per i Diritti Umani
del Ministero degli Esteri egiziano, ambasciatore Nayla Gabr, che ha confermato
a "Compass" che viene contestato al vescovo e ai due religiosi di aver
"occultato informazioni rilevanti per le indagini" e di aver "influenzato
testimoni affinché mutassero la propria posizione". In seguito alla
rivelazione delle notizie degli abusi, la polizia ha affermato di aver
identificato il responsabile, un cristiano cugino di una delle vittime.
Il procuratore di Dar al-Salaam avrebbe formalmente accusato il sospetto
il 22 settembre. Tuttavia, due testimoni dell’indagine, entrambi cristiani,
che si erano rivolti al procuratore il 7 ottobre per dichiarare che la
loro deposizione era stata estorta con le torture e quindi falsa, sarebbero
stati messi agli arresti per falsa testimonianza due giorni prima della
convocazione dei tre religiosi. Altre accuse contro esponenti della Chiesa
copta ortodossa riguardano attentati all’unità nazionale e alla
pace sociale, l’utilizzo della religione per incitare alla rivolta e l’aver
mosso critiche alla condotta del governo durante riunioni religiose.
In una lettera al Presidente egiziano Hosni Mubarak, Lord David Alton, membro della Camera dei Lord, accusa il governo egiziano di compiere "tentativi di intimidazione del clero cristiano" tramite capi d’imputazione penali invece di punire "gli ufficiali di polizia responsabili di questi gravi abusi contro i diritti umani". I nomi degli ufficiali di polizia coinvolti nel caso sono stati forniti dall’avvocato copto Morris Sadek, in un elenco che comprende i nomi del governatore di Sohag, Mohammed Abdul Aziz Bakar e del capo della polizia di Sohag, Khalil Makhlouf, chiamati in causa come "diretti responsabili" degli abusi contro i cristiani di El-Kosheh. "Se il meglio che le autorità egiziane sanno fare è accusare questi religiosi con capi d’imputazione penali", scrive Lord Alton nella sua lettera, "è una chiara indicazione che il governo egiziano è esso stesso coinvolto nella persecuzione contro i cristiani del suo Paese". Dopo essere stati interrogati dal procuratore, i tre religiosi sono stati rilasciati in attesa di giudizio, senza che sia stata fissata una data, dietro una cauzione di 100 lire egiziane, l’equivalente di 50000 lire italiane, per ciascuno.
Le persecuzioni nei confronti dei copti, peraltro, sembrano assumere le forme più classiche del martirio dei cristiani, stando alla corrispondenza di Christina Lamb, pubblicata sul quotidiano inglese "The Telegraph" il 25 ottobre 1998, in cui si parla di rapimenti seguiti da crocifissioni compiute dalle forze di sicurezza egiziane. Durante le incursioni nel villaggio copto di El-Kosheh, nelle vicinanze di Luxor, alcune adolescenti sarebbero state rapite e all’interno dei posti di polizia sarebbero stati picchiati selvaggiamente con bastoni lattanti dell’età di tre mesi, alla presenza delle madri. Le notizie che si sono diffuse nonostante il terrore che impedisce alla gente di parlare, sono giunte fino al Congresso degli Stati Uniti, dove 29 parlamentari hanno sottoscritto un appello al presidente Mubarak chiedendogli di porre fine alle torture. Le crocifissioni sarebbero avvenute per gruppi di cinquanta persone, letteralmente inchiodate a croci oppure ammanettate a porte, con le gambe legate gli uni con gli altri e poi picchiati e torturati con l’uso della corrente elettrica nelle zone genitali, dalla polizia che li accusava di essere "infedeli". Romani Boctor, undicenne, è stato appeso con un cavo elettrico al soffitto e torturato in quella posizione.
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