ReligioniMediterranee

in questa pagina trovano spazio documenti, saggi, ricerche e informazioni sulle tre religioni monoteistiche mediterranee
Sommario della pagina
Cristianesimo - il Giubileo del 2000
Islam, i fondamenti
Ebraismo, Giudaismo
Studi e ricerche sulle antiche origini delle religioni mediterranee
Islam e Cristianesimo:"Dalla montagna sacra" di Dalrymple

Cristianesimo
Secondo l'insegnamento cristiano, in Gesù gli uomini diventano a loro volta "figli di Dio" ricevendo il battesimo "nel nome del Padre e del Figlio"
Punto di partenza essenziale per la dottrina di tutte le chiese cristiane è il riferimento costante alla persona di Gesù Cristo, considerato unanimemente – pur nella diversità di accenti – il portatore di una fede nuova e rivelatrice per l'umanità intera. Il Gesù storico, tuttavia, essenzialmente rintracciabile nel Nuovo Testamento, la sezione propriamente cristiana della Bibbia, e in particolare nei Vangeli, in cui si troverebbero tramandati i tratti fondamentali della vita e della predicazione del Maestro, appare nella fede cristiana inscindibilmente associato alla realtà stessa di Dio. La predilezione divina per l'umanità si sarebbe manifestata proprio nella persona di Cristo, che assunse una natura umana: "Figlio di Dio" si proclama il Gesù dei Vangeli, che a "Dio padre" fa costante riferimento. Questa intimità di un uomo con la potenza invisibile della divinità avrebbe ricevuto la sua solenne conferma nella resurrezione e nel ritorno al cielo del Maestro subito dopo la sua morte sulla croce, una morte attraverso la quale l'umanità intera avrebbe ricevuto prova dell'amore infinito di Dio e del suo disegno di riconciliazione e di salvezza. "Dio è amore" proclameranno i cristiani, dopo aver fatto della croce l'oggetto principale della loro devozione e il simbolo supremo di questo amore del Padre, l'Onnipotente, il Signore di tutte le cose del cielo e della terra. Egli, soltanto per manifestare il suo amore, avrebbe creato l'universo dal nulla ponendo come vertice e sigillo della sua azione creatrice l'umanità, destinata fin da principio alla salvezza e all'incontro diretto con il Padre nella persona di Cristo Gesù. In Gesù gli uomini diventano a loro volta "figli di Dio" ricevendo il battesimo "nel nome del Padre e del Figlio" e, rispecchiando la formula dei simboli di fede, "dello Spirito Santo", strumento della presenza eterna di Dio a fianco dell'umanità e dimensione che, pur dopo molte controversie iniziali, è stata associata nella professione di fede cristiana al Padre e al Figlio nella dottrina della Trinità. Se il battesimo, riservato originariamente agli adulti ma poi amministrato tradizionalmente agli infanti, costituisce fin dai primordi del cristianesimo la cerimonia di iniziazione alla fede, l'Eucaristia, o cena del Signore, è indubbiamente il rito principale, la cui istituzione risalirebbe a Gesù stesso sulla base delle parole "Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue" attribuitegli dai Vangeli. Proprio l'interpretazione di queste parole è tuttora motivo di divisione fra le confessioni cristiane: alcune di esse, come il cattolicesimo, sostengono la presenza reale del Cristo nelle specie del pane e del vino; altre, di matrice protestante, parlano generalmente di presenza simbolica. Parimenti non esiste una prospettiva univoca concernente il concetto fondamentale di "Chiesa" vocabolo di origine greca che designa l'assemblea di quanti si trovano uniti dalla fede comune in Gesù: se per la tradizione cattolica Cristo è il fondatore di una Chiesa basata sull'autorità dei successori degli apostoli, e quindi necessariamente legata a un principio gerarchico, il pensiero protestante tende idealmente a concepire la comunità come libera associazione dei credenti. Se, inoltre, alle rivendicazioni storiche della Chiesa cattolica, che si pone tradizionalmente come unica Chiesa legittima legata direttamente al fondatore, fa riscontro la tendenza di alcune comunità protestanti a proclamarsi unica Chiesa pura e autentica, la situazione contemporanea conosce in misura sempre maggiore l'abbandono di una tale prospettiva esclusivistica da parte di esponenti delle diverse confessioni, nell'ambito di un movimento più ampio il cui fine ultimo è la ricerca dell'unità fra tutti i cristiani.

Culto, etica ed escatologiaPur invitando i fedeli alla pratica della meditazione e della preghiera personale, ogni comunità cristiana si raduna periodicamente per celebrare il culto; la supplica comunitaria è la preghiera nota come Padre Nostro, attribuita dai Vangeli a Gesù; giorno dedicato al riposo e al culto è per i cristiani la domenica, che ha storicamente ereditato il ruolo assegnato dagli ebrei al Shabbat (il sabato). Incentrata fin dalle origini sul rito eucaristico e sulla lettura della parola di Dio, la liturgia cristiana ha assunto nei secoli forme sempre più complesse e tuttora visibili nel patrimonio rituale della Chiesa cattolica e di quelle ortodosse. Le Chiese protestanti hanno invece operato una semplificazione, nell'intento di ritornare all'essenzialità delle prime comunità. Fondamentale per la vita dei cristiani è l'impegno di carattere etico. Inoltre, la considerazione dell'amore di Dio per l'umanità trova compimento nel comandamento supremo dell'amore fra gli uomini; esso costituisce una prescrizione generale, che non determina comunque uniformità di comportamento fra tutti i cristiani, spesso schierati su posizioni diverse, dal conservatorismo estremo a inclinazioni decisamente progressiste. È comunque d'obbligo per tutti i fedeli l'ottemperanza a valori quali la sacralità assoluta della vita umana e il dovere di lottare per la giustizia e per un mondo migliore. A questo proposito il cristiano sa bene che la pratica dell'amore rappresenta un ideale difficile da realizzare e che la lotta per il bene deve scontrarsi con un'umanità comunque peccatrice e con un mondo che oscilla costantemente fra l'aspirazione al bene e la realtà del male; né mai è esistita nella storia umana una sorta di Età dell'Oro in cui la giustizia avrebbe trionfato. Le speranze dei cristiani sono tuttavia concentrate sulla vita eterna e sull'attesa del ritorno glorioso di Cristo, la parusia, che avrà luogo alla fine di questo mondo. Questa nozione, appartenente alla dottrina cristiana benché diversamente interpretata nei vari momenti storici, nacque con l'attesa spasmodica della fine imminente del mondo, che caratterizzò certamente il I secolo dell'era cristiana e condusse all'elaborazione di alcune dottrine. Tra queste spicca il millenarismo, spesso riemerso in alcune aree confessionali fino ai nostri giorni, nonostante il ridimensionamento costante, a livello di fede e di predicazione, della visione escatologica.

Le origini Le informazioni in nostro possesso circa la vita e il messaggio di Gesù sono quelle contenute nei testi – in primo luogo i Vangeli – ma anche gli altri scritti del Nuovo Testamento, redatti dagli appartenenti alle prime comunità cristiane allo scopo di diffondere i contenuti della nuova religione. Proprio questo carattere dei documenti neotestamentari, concepiti in primo luogo come attestazione di fede in colui che si rivelò figlio di Dio per mezzo del prodigio straordinario della resurrezione, rende oltremodo difficile una ricostruzione precisa della vicenda storica del Cristo: gli episodi salienti di questa vicenda sarebbero stati riletti dalla comunità primitiva alla luce della fede stessa, per mezzo di procedimenti articolati e complessi che la moderna critica biblica si è sforzata di determinare. Sede della prima comunità cristiana fu, fino alla sua distruzione a opera dell'esercito romano nel 70 d.C., la città di Gerusalemme, dove i discepoli di Cristo costituivano apparentemente una delle correnti dell'ebraismo prima che i rapporti con la religione da cui lo stesso Cristo aveva preso le mosse si facessero oltremodo complessi: i cristiani, infatti, non esitarono a vedere nella vicenda del loro Maestro il compimento delle promesse che Dio aveva fatto al popolo ebraico per mezzo dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe, secondo quanto attestavano quei libri che costituivano la Bibbia ebraica e che saranno integralmente riconosciuti dalla nuova Chiesa come Antico Testamento. La comunità cristiana, dunque, si considerò l'erede privilegiata della tradizione religiosa del popolo a cui apparteneva, identificandosi con quel "resto di Israele", che non era la totalità del popolo ebraico, destinato a rimanere fedele alle promesse del suo Dio. E questa esclusione dal compimento delle antiche promesse si concretizzò nell'atteggiamento di quegli ebrei che non solo rifiutavano il messaggio del Cristo, ma avevano inoltre approvato, se non addirittura invocato, la sua condanna a morte. La disputa sulla persona di Gesù allontanò così sempre di più i cristiani dal resto del popolo ebraico, e il solco divenne incolmabile quando la comunità cristiana decise, soprattutto per impulso di Paolo di Tarso, di rivolgere la sua azione di proselitismo ai cosiddetti "gentili", ovvero ai pagani; questi ultimi, non provenienti dalla radice dell'ebraismo, erano destinati a divenire la componente preponderante della Chiesa. A questo proposito non si può fare a meno di ricordare come l'avanzare del cristianesimo nel corso dei secoli condusse in qualche modo a concepire sempre più l'intero popolo ebraico come responsabile della morte del figlio di Dio e del rifiuto del suo messaggio, creando così quantomeno le premesse ideologiche per il fenomeno dell'antisemitismo. Le già ricordate lettere di Paolo costituiscono anche il primo importante tentativo di tratteggiare un sistema teologico del cristianesimo e, insieme ad altri scritti, forniscono importanti notizie circa l'organizzazione delle prime comunità, che sembrano già amministrate da "presbiteri", cioè gli anziani, sotto la supervisione di un vescovo. L'impegno a definire i contenuti fondamentali della fede divenne predominante nel II e III secolo, soprattutto a motivo delle controversie sorte in relazione alla persona del Cristo, la cui natura veniva definita da alcune correnti, poi dichiarate eretiche, come unicamente divina oppure unicamente umana: si giunse così ai primi concili ecumenici, fra cui quelli di Nicea nel 325 e di Calcedonia nel 451, che formularono ufficialmente la dottrina della Trinità e della doppia natura, insieme umana e divina, di Gesù, elaborando quello che per secoli sarà il linguaggio filosofico della teologia cristiana. Questo linguaggio ispirerà le opere, redatte in greco e in latino, di un grande pensatore come sant'Agostino. Per quanto riguarda invece i suoi rapporti con le autorità politiche, il cristianesimo, dapprima riconosciuto come setta ebraica nell'ambito dell'impero romano, incontrò ben presto (già prima della morte di Nerone nel 68 d.C.) l'ostilità degli imperatori. Essi erano particolarmente preoccupati del rifiuto da parte dei cristiani, adoratori di quello che consideravano loro unico Signore, del culto tributato alla figura imperiale stessa: si verificarono così periodi di persecuzione più o meno violenta e numerosi cristiani dovettero affrontare la morte pur di non rinnegare le loro convinzioni, andando a costituire la schiera, da sempre oggetto di venerazione della Chiesa, dei testimoni (in greco "martiri") supremi della fede. Il fallimento sostanziale del tentativo, condotto in particolare da alcuni imperatori come Diocleziano, di sradicare il cristianesimo attraverso la persecuzione sistematica, portò di fatto a una sua diffusione ancor più massiccia, come già aveva visto lo scrittore nordafricano Tertulliano, autore della celebre definizione secondo la quale il sangue dei martiri sarebbe stato seme per la Chiesa: si arrivò così all'accettazione della nuova fede da parte delle autorità e alla promulgazione del decreto dell'imperatore Costantino. Nell'anno 313 il cristianesimo risultava ufficialmente una fra le religioni dell'impero romano, fatto che determinò una sempre maggiore contiguità al potere politico e preparò la strada al successivo editto dell'imperatore Teodosio, con il quale quella predicata dai cristiani divenne unica religione accettata dall'impero. Se la Chiesa ottenne in tal modo indubbi privilegi, divenendo effettivamente anche una forza politica, rimase vivo in molti fedeli il desiderio di un ritorno alla purezza della vita religiosa delle origini; questa propensione assunse indubbiamente un ruolo di rilievo nella diffusione della pratica del monachesimo, nata nel deserto egiziano, luogo in cui molti cristiani vissero l'esperienza di una vita isolata nella preghiera e nella mortificazione. La pratica dell'ascetismo monastico si diffuse nelle altre regioni orientali dell'impero romano, prima di approdare in Occidente: proprio i monaci saranno in Europa i principali protagonisti dell'evangelizzazione di numerosi popoli celtici e germanici e notevole sarà anche la loro attività di trasmissione della cultura antica.

Il cristianesimo orientaleFra le iniziative di Costantino non è certo da trascurare il trasferimento, nel 330, della capitale dell'impero da Roma a Bisanzio, da lui ribattezzata Costantinopoli: se il cristianesimo orientale si caratterizzò immediatamente per la tendenza a mantenersi indipendente dalla sede di Roma, alla quale le Chiese d'Occidente riconoscevano ormai più o meno ufficialmente una posizione di primato, appare evidente anche la sua propensione a sottomettersi al volere degli imperatori, secondo la logica che passerà alla storia come "cesaropapismo" e che trova la sua attestazione simbolica nella dedicazione, nel 538, della chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli da parte dell'imperatore Giustiniano. Buona parte dei territori orientali dell'impero che avevano visto la diffusione del cristianesimo finirono, fra il VII e l'VIII secolo, sotto il dominio dell'Islam; Costantinopoli rimase l'ultimo baluardo della fede cristiana in Oriente fino al 1453, anno in cui cadde nelle mani dei turchi. L'evoluzione autonoma della Chiesa di Costantinopoli e il suo progressivo allontanamento dalla comunione con la sede romana ebbero come sbocco finale lo scisma del 1054, con la reciproca scomunica fra i delegati papali e il patriarca orientale e la nascita di quelle Chiese che si diffonderanno in Oriente con il nome di ortodosse; fallito ogni tentativo di riconciliazione, Costantinopoli venne addirittura saccheggiata nel 1204 da parte dell'esercito dei crociati, partiti dall'Europa apparentemente con l'intento di liberare i luoghi santi della Palestina dal dominio islamico. Motivo di controversia fra Roma e Costantinopoli fu anche la cristianizzazione dei popoli slavi, alcuni dei quali – polacchi, moravi, cechi, slovacchi, croati e sloveni – entrarono nell'orbita del cristianesimo occidentale e sono ancora oggi in maggioranza cattolici. I russi invece, fin dall'epoca della conversione al cristianesimo del principato di Kiev, ereditarono la visione culturale e religiosa di Costantinopoli, entrando a far parte della Chiesa ortodossa insieme ai popoli balcanici – serbi, bosniaci, macedoni, bulgari, rumeni e albanesi – e ai greci, anche se molti di essi, successivamente, si sono visti imporre l'islamismo in seguito alle invasioni dei turchi ottomani.

Il cristianesimo occidentaleCon il trasferimento della capitale dell'impero romano a Costantinopoli, la figura del vescovo di Roma acquisì in misura sempre maggiore quel ruolo prestigioso attribuitogli in Europa occidentale, poiché era il capo della Chiesa che aveva conosciuto la predicazione di san Pietro e di san Paolo; questo privilegio sarebbe stato definito "primato" del papa, caposaldo della tradizione del cattolicesimo, e si sarebbe arricchito di connotazioni politiche dopo la caduta dell'impero romano d'Occidente, avvenuta nell'anno 476 sotto la spinta delle cosiddette "invasioni barbariche": fu proprio l'attività missionaria che faceva capo alla sede romana a rendere possibile l'incontro dei popoli germanici con il cristianesimo, spesso a seguito della conversione di un sovrano, come nel caso del re dei franchi Clodoveo. Nell'anno 800 il papa Leone III poté incoronare Carlo Magno imperatore di un impero definito "romano" e "sacro". La lingua latina divenne così il veicolo fondamentale della trasmissione del messaggio cristiano e nel contempo della cultura antica: tutti i popoli d'Europa entrarono nel corso dell'Alto Medioevo nella sfera di influenza della Chiesa di Roma, che intorno all'anno Mille aveva già elaborato la sua caratteristica struttura organizzativa, imperniata sulla figura dei vescovi e degli abati dei monasteri. L'edificio dell'impero cristiano, che si reggeva sull'equilibrio – codificato anche a livello dottrinale – fra il potere politico dell'imperatore e l'autorità spirituale del papa, corse il rischio di crollare con il sorgere, nel 1075, di una controversia, nota come lotta per le investiture, fra il papa Gregorio VII e l'imperatore Enrico IV: il sovrano, infatti, rivendicava il diritto, fino ad allora riservato al papa, di nominare, con la cerimonia dell'investitura appunto, i vescovi. Una tale presa di posizione diviene comprensibile se si pensa al ruolo che i dignitari ecclesiastici avevano assunto nell'ambito del sistema feudale, amministrando direttamente vaste proprietà terriere ed equiparandosi così alla nobiltà locale, sulla quale l'imperatore desiderava esercitare la sua autorità. Enrico IV finì comunque col sottomettersi, nel 1077, all'autorità del papa e il dissidio fu formalmente ricomposto, anche se sarebbe riaffiorato a più riprese nei decenni successivi, ad esempio in occasione della scomunica comminata dal papa Innocenzo III nel 1209 al re Giovanni d'Inghilterra per ottenere la sua sottomissione. Alla collaborazione fra papato e impero si deve anche il progetto di una spedizione militare volta a riconquistare al dominio cristiano i luoghi santi di Palestina caduti nelle mani dei musulmani: le crociate, intraprese a partire dal 1095, portarono anche alla fondazione di un regno latino di Gerusalemme, destinato tuttavia a crollare nel giro di un secolo e a costituire, insieme alla quarta crociata (1202-1204), uno dei momenti di un'impresa complessivamente fallimentare. I secoli del Basso Medioevo furono caratterizzati anche da un'eccezionale fioritura in campo speculativo e dall'elaborazione di sistemi teologici estremamente dotti e raffinati, che beneficiarono, a livello lessicale e concettuale, della disponibilità in Occidente, attraverso traduzioni latine eseguite su versioni arabe, delle opere di Aristotele: san Tommaso d'Aquino cercò così, attraverso un'opera poderosa, di rendere il percorso della ragione umana compatibile con i dati della rivelazione biblica in vista del fine ultimo del riconoscimento dell'esistenza di Dio; per capacità logiche e sintetiche si distinsero anche personalità quali Anselmo d'Aosta, Abelardo e Bonaventura. Le nuove potenzialità acquisite in campo teologico e dottrinale, tuttavia, non risparmiarono alla Chiesa cattolica un periodo veramente buio, culminato con il trasferimento della sede papale da Roma ad Avignone fra il 1309 e il 1377, a cui fece seguito il cosiddetto scisma d'Occidente, o Grande Scisma, l'epoca in cui la Chiesa conobbe, fino al 1417, la presenza di due – e talora anche tre – dignitari che rivendicavano contemporaneamente il diritto a essere riconosciuti come papi.

Riforma e ControriformaPer quanto la Chiesa occidentale avesse conosciuto in diverse occasioni movimenti che si proponevano una riforma morale dell'istituzione ecclesiastica, nulla lasciava presagire l'esplodere del fenomeno che portò, nel XVI secolo, alla nascita delle Chiese protestanti separate dalla sede romana: la scomunica comminata da papa Leone X al monaco Martin Lutero convinse questo riformatore a costituire una comunità religiosa autonoma, che si organizzò sulla base di una visione teologica ed etica originale e poté diffondersi in Germania grazie al sostegno dei prìncipi locali, procedendo così di pari passo con l'emergere di un sentimento nazionale. Sulla strada di Lutero si incamminarono altri riformatori come Calvino e Zwingli, fondatori di Chiese che fioriranno fino ai nostri giorni, a differenza di altre comunità religiose sorte in quel periodo, come quella degli ugonotti francesi, che si videro prima riconoscere (con l'editto di Nantes del 1598) e poi revocare (nel 1685) i propri diritti, e quella degli anabattisti. La necessità di limitare la diffusione del protestantesimo, riconoscendo comunque alcune istanze riformatrici che pur continuavano a farsi sentire al suo interno, spinse la gerarchia cattolica a impegnarsi, con i lavori del concilio di Trento (1545-1563), nell'elaborazione di un piano di riorganizzazione a livello legislativo, liturgico e pastorale, che costituirà il motivo ispiratore dell'azione del cattolicesimo nell'epoca immediatamente successiva, caratterizzata dalla cosiddetta controriforma e dall'attività del nuovo ordine religioso dei gesuiti. In Inghilterra la controversia formale del re Enrico VIII con la sede romana costituì il momento culminante della lunga vicenda dei rapporti fra potere ecclesiastico e potere politico, ed ebbe come conseguenza la nascita dell'anglicanesimo, con una Chiesa che rimaneva idealmente cattolica nella sua visione teologica, pur nel distacco dalla comunione con il papa e nell'assorbimento, via via sempre più marcato, di alcuni elementi tipici del protestantesimo. Le istanze di rinnovamento, emerse ben presto anche all'interno della Chiesa di Inghilterra, trovarono espressione nel fenomeno del puritanesimo, i cui ideali di rigore etico ebbero numerosi sostenitori soprattutto in America, dove si fecero sentire anche le conseguenze dell'attività dei predicatori ispirati dal pietismo, un'altra delle correnti riformatrici sorte nell'ambito del protestantesimo europeo.

L'età moderna In termini di estrema sintesi la storia del cristianesimo dal XVII secolo in poi può essere identificata con l'evoluzione dei rapporti delle diverse Chiese con quei movimenti concepiti inizialmente come alternativi alla stessa visione religiosa della vita: se la controversia con la scienza ebbe i suoi momenti significativi con la condanna di Galileo Galilei a opera dell'Inquisizione cattolica e con la resistenza, condotta soprattutto in ambito protestante, alla teoria dell'evoluzionismo, ritenuta incompatibile con la dottrina biblica della creazione, entrambe le confessioni, unite in un primo momento nella condanna della prospettiva razionalistica dell'illuminismo, dovettero accettare, seppure con tempi e atteggiamenti diversi, i risultati della critica biblica. Esse dovettero così rimettere in discussione con criteri scientifici il contenuto dei testi sacri e le origini stesse del cristianesimo. Le Chiese cristiane hanno dovuto pure affrontare in una nuova prospettiva il problema del rapporto con la dimensione politica, accettando in diversa misura il principio della separazione fra Chiesa e Stato e il riconoscimento dei diritti delle minoranze religiose presenti nei diversi paesi. Se il carattere anticristiano dell'ideologia marxista è stato ribadito con forza a più riprese dalle diverse confessioni, spesso perseguitate nei paesi dove hanno preso il potere i regimi comunisti, l'appello alla giustizia sociale è divenuto indubbiamente parte integrante dell'azione dei diversi gruppi cristiani, nonostante il dissidio, talora piuttosto netto, fra le posizioni estremamente conservatrici degli uni e le istanze progressiste degli altri. Fenomeno senza dubbio rilevante è lo sviluppo del movimento ecumenico, che ha avviato efficacemente il dialogo fra le diverse confessioni, ponendosi il fine ideale di raggiungere concretamente l'unità dei cristiani, secondo una prospettiva che anche la Chiesa cattolica, superando le iniziali tendenze esclusivistiche, ha fatto propria con il concilio Vaticano II, vero momento di svolta per il cattolicesimo contemporaneo. Un cenno merita sicuramente l'attività delle missioni che, condotte sia dai cattolici sia dai protestanti, hanno portato, fin dal XVI secolo, ma soprattutto negli ultimi due secoli, alla diffusione del cristianesimo in tutto il mondo.
(Emilio Mariani


Giubileo2000
L'istituzione del Giubileo nella Cristianità trova fondamento nella tradizione dell'Antico Testamento, riconducendo a una concezione assai caratteristica, che intreccia le istituzioni del sabato, dell'anno sabatico, del giubileo. Alla base sta il ritmo settenario: dei giorni, degli anni e dei gruppi di sette anni.
Il Sabato, settimo di una serie di giorni, è il giorno del riposo e del culto. Le ragioni addotte come fondamento della sua istituzione lo riferiscono alla conclusione della Creazione; all'uscita degli ebrei dall'Egitto; al necessario riposo degi uomini e degli animali. Esso non esprime, però, la fine della creazione, ma il suo fine: ne è la salvezza, il disvelamento, la contemplazione e la gioia.
L'anno sabatico è il settimo di una serie di anni (una settimana di anni), e con il sabato è legato da evidenti analogie: è l'anno della "remissione", nel quale dovevano essere sospesi i lavori dei campi, onde si garantiva anche il riposo agli animali e agli uomini. Le norme piu' interessanti riguardavano gli uomini e i loro rapporti: i prodotti che comunque provenivano dai campi dovevano essere lasciati ai poveri; era richiesta la liberazione degli schiavi ebrei; tutti i debiti fra ebrei erano considerati saldati.
L'anno del giubileo è il settimo di sette anni sabatici (una settimana di settimane di anni). Il nome viene dall'ebraico "jobhel", "corno di montone" con il quale i sacerdoti, alla fine dell'ultimo anno di ogni ciclo di sette anni sabatici, annunciavano l'inizio del dell'anno cinquantesimo, giubilare:
Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclameretere la liberazione nel Paese per tutti i suoi abitanti. Sara' per voi un giubileo , ognuno di voi tornera' nella sua proprieta' e nella sua famiglia
(Lv, 25, 10)
Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non farete semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, né farete vendemmia delle vigne non potate poichè è il giubileo; esso vi sarà sacro, potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi ...
(Lv 25,11).

Le terre dunque rimanevano incolte; ognuno rientrava in possesso del suo patrimonio, i campi e le case che erano stati alienati tornavano al primitivo proprietario.


Islam
Islam è parola araba che indica il concetto di
sottomissione assoluta all'onnipotenza di
Allah, il Dio unico e invisibile
Religione fondata in Arabia all'inizio del VII secolo d.C. da Maometto – in arabo Muhammad – e praticata oggi da circa un miliardo di fedeli. Confessione diffusa in larghissima maggioranza non solo in tutti i paesi del Medio Oriente, a eccezione di Israele, ma anche in Africa centrosettentrionale (Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Mauritania, Senegal, Mali, Niger, Ciad, Sudan, Somalia), in Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan e Asia centrale (Azerbaigian, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan) oltre che in Bangladesh, Maldive, Malesia e Indonesia, la fede islamica è diffusa accanto al cristianesimo in numerosi paesi africani. In India costituisce una minoranza significativa; in Europa viene professata dal 70% della popolazione dell'Albania e da oltre il 40% degli abitanti della Bosnia-Erzegovina. In Italia i musulmani sono almeno 500.000, per gran parte immigrati dai paesi nordafricani e dal Senegal.

"Islam" è parola araba che indica il concetto di sottomissione assoluta all'onnipotenza di Allah, il Dio unico e invisibile: l'Islam si caratterizza infatti come espressione di un monoteismo radicale, fin dalla formula fondamentale – "Non vi è altro Dio all'infuori di Allah, e Maometto è il profeta di Allah" – recitata nel segno dell'appartenenza alla comunità degli adoratori dell'unico Dio. Il seguace dell'Islam viene definito in italiano "musulmano", termine coniato sulla base del persiano musliman, forma equivalente all'arabo muslimun, plurale di muslim, la parola, che si ritrova nella lingua inglese, utilizzata per indicare appunto chi si considera sottomesso alla divinità unica e irraggiungibile nella sua dimensione trascendente. Questa concezione rigorosamente monoteistica viene considerata dalla stessa tradizione islamica in continuità con il credo dell'ebraismo e del cristianesimo, religioni che costituirebbero le tappe fondamentali della rivelazione divina. Quest'ultima culminerebbe nella predicazione di Maometto, il profeta per eccellenza e l'ultimo dei latori della rivelazione di Allah dopo Abramo – in arabo IbrahimMosèMusa – e lo stesso Gesù, Isa.

A tal proposito occorre precisare che la tradizione musulmana, riferendosi a Gesù come al più venerabile fra i profeti vissuti prima di Maometto, considera esclusivamente la sua natura umana. Maometto stesso non si attribuì mai una natura sovrumana, presentandosi unicamente come il profeta al quale Allah avrebbe consegnato, per tramite dell'arcangelo Gabriele, la rivelazione divina destinata a essere custodita e venerata per sempre dai fedeli: il Corano, il libro sacro dettato da Dio all'umanità a completamento del messaggio parzialmente trasmesso dalla Bibbia ebraica e cristiana. Affiancando a questa concezione teologica un corpus normativo che regolamenta con precisione la condotta dei fedeli interamente sottomessi al volere divino, l'Islam ambisce a identificare l'intera società con la comunità degli adoratori di Allah. Tuttavia, seppure paradossalmente, il mondo musulmano non ha mai conosciuto, a differenza del cristianesimo, un'autorità suprema ritenuta depositaria della verità in materia di fede e di etica. In assenza di una figura paragonabile a quella del papa del cattolicesimo, la tradizione islamica assegna all'intera comunità dei fedeli il compito di custodire i precetti della religione e della retta condotta e accoglie con molte riserve il ruolo di custodi autorevoli dell'ortodossia attribuito in epoca moderna ai dotti dell'Università Azhar del Cairo (Egitto) fra i sunniti, e alla gerarchia dei mullah iraniani fra gli sciiti.

Le origini
Vissuto nell'Arabia occidentale – Al Hijaz – all'inizio del VII secolo d.C., Maometto predicò agli abitanti di quella terra, in maggioranza seguaci del politeismo, i dettami della nuova fede rivelatagli a suo dire direttamente dall'unico Dio. Nonostante l'ostilità incontrata nella sua città natale, La Mecca, il profeta riuscì a dar vita, nella città oggi nota come Medina, a una comunità politico-religiosa che sarebbe riuscita, già prima del 632, anno della morte del fondatore, a imporre la propria autorevolezza in tutta l'Arabia, nelle città come fra le tribù nomadi, elevando l'appartenenza all'Islam al ruolo di elemento di identificazione di una compagine politica unitaria. L'istituzione del califfato, mirante a garantire la legittima successione di Maometto alla guida della nazione islamica, rappresentò l'ambito privilegiato per la trasmissione delle rivelazioni divine comunicate oralmente dal profeta ai suoi discepoli più fidati e registrate in forma scritta già all'epoca del terzo califfo Uthman (644-656) nelle 114 sure – capitoli – del Corano, accettate dall'Islam come definitive e immutabili. I passi del libro sacro costituirono ben presto il fondamento delle prescrizioni rituali ed etiche della comunità, che tuttavia accostò alle parole e alle azioni del profeta anche alcune pratiche non testimoniate dal Corano: questa tradizione parallela, detta in arabo sunnah, rappresenta tuttora una fonte autorevole soprattutto per quei musulmani che, definendo se stessi come sunniti, vi scorgono un complemento indispensabile alla rivelazione divina. Il saldo governo dei califfi e la fede comune permise i rapidi successi degli eserciti arabi. Questi ultimi già prima del 650 sottomisero al dominio del califfato di Medina, l'Egitto, la Siria, l'Iraq e le regioni occidentali della Persia, mentre con il passaggio del potere, intorno al 660, alla dinastia degli Omayyadi, prese avvio la seconda fase della diffusione dell'Islam, che penetrò nel vastissimo territorio compreso fra il Marocco e l'Afghanistan, in Spagna e nelle regioni dell'Asia centrale. A questo proposito gli studiosi occidentali, sottoponendo al vaglio critico le fonti islamiche più antiche, redatte comunque non prima della fine dell'VIII secolo, hanno avanzato dubbi circa l'effettiva concomitanza della diffusione della nuova fede con le conquiste militari delle armate arabe: la conversione all'Islam dei popoli sottomessi dai califfi appare verosimilmente come il risultato di un processo piuttosto lungo, che sarebbe durato alcuni secoli.

Monoteismo, demonologia, escatologia
Se la tradizione musulmana, sottolineando il primato assoluto di Allah, gli attribuisce le parole rivelate a Maometto e registrate nel Corano, le cui pagine altro non sarebbero che copie di un archetipo celeste unico e immutabile, la moderna ricerca storico-religiosa mira a chiarire le origini del monoteismo islamico in relazione con l'analoga concezione propria dell'ebraismo come del cristianesimo, considerando primariamente l'influenza esercitata in Arabia da queste concezioni religiose nei primi secoli dell'era cristiana e, più specificamente, nell'ambiente culturale del profeta, al quale non erano ignote le Sacre Scritture degli ebrei e dei cristiani, salutati con rispetto come "popoli del libro". Il Corano, infatti, fa riferimento a Mosè come al tramite della rivelazione divina contenuta nella Torah, mentre Gesù viene presentato come il custode di un "vangelo" in una prospettiva tendente a identificare il fondatore del cristianesimo con l'estensore di un libro dettato dalla divinità.

Annoverando Gesù tra i profeti, analogamente ai personaggi considerati tali dall'Antico Testamento, il Corano lo presenta come Masih, Messia, respingendo come bestemmia suprema l'attribuzione di una natura divina, ma condividendo con i Vangeli il racconto della sua nascita verginale e dei miracoli compiuti, per poi divergere dalla tradizione cristiana in merito alla crocifissione: Gesù sarebbe stato infatti direttamente innalzato al cielo da Dio senza conoscere l'umiliazione del supplizio, patito in realtà da un uomo reso simile a lui agli occhi dei suoi persecutori e degli stessi discepoli. Queste e altre asserzioni del Corano possono essere connesse più o meno precisamente con i racconti dei Vangeli apocrifi e con le dottrine delle differenti correnti ebraiche e cristiane diffuse, o comunque conosciute in qualche modo, in Arabia all'epoca di Maometto, ed è significativo come lo stesso libro sacro, presentando come fatto riprovevole la divisione dei cristiani in sette contrapposte l'una all'altra, abbia coscienza dei numerosi movimenti sviluppatisi in seno al cristianesimo dei primi secoli e in gran parte condannati come eretici, come avvenne anche per i seguaci del cristianesimo, considerato da alcuni studiosi come la vera fonte di ispirazione dell'Islam.

Fra le creature di Allah il Corano contempla pure, accanto agli angeli, la folta schiera dei jinn, gli antichi "spiritelli" che, venerati nel paganesimo preislamico come divinità minori, sono stati adottati dall'Islam sia come esseri benefici divenuti fedeli ad Allah che come pericoloso esercito di demoni, tra i quali Iblis è il minaccioso tentatore degli uomini. Per quanto concerne l'escatologia, la tradizione islamica prevede il giudizio universale, presentato nel Corano, insieme alla resurrezione, come momento culminante della storia di questo mondo al termine di una serie di terrificanti cataclismi naturali (sure 81,82,84); il paradiso – adn, nome arabo dell'Eden biblico – precluso agli infedeli e ai malvagi, destinati al fuoco dell'inferno, viene descritto (sura 52) come un giardino di delizie, dove i beati, riconosciuti tali dopo che le loro buone azioni, pesate su una bilancia, si saranno rivelate più consistenti di quelle cattive, potranno godere della felicità dei sensi gustando cibi succulenti e allietandosi con la compagnia di incantevoli fanciulle. La tradizione che arricchì successivamente i dati del Corano offre invece la suggestiva narrazione della fine del mondo preceduta dall'apparizione del dajjal, la Bestia apocalittica, creatura malefica che regnerà sulla terra per 40 giorni prima di essere sconfitta da Gesù, il precursore del madhi, la figura escatologica che possiede fondamentale importanza soprattutto per gli sciiti, capace di inaugurare un'epoca di felicità e di giustizia, preludio del giudizio universale.

La legge e i riti
La professione di fede in Allah obbliga i seguaci dell'Islam all'osservanza di una serie di norme etiche e legali che, regolamentando ogni aspetto della vita della comunità, costituiscono un complesso e minuzioso codice giuridico concepito come modello ideale per una società teocratica. Identificando infatti la società civile con la comunità dei fedeli, la teologia islamica innalza il diritto, fiqh, "saggezza", al rango di scienza religiosa, che deve essere coltivata dai dotti con la massima dedizione per garantire nel futuro la conformità della condotta dei fedeli ai principi della legge, la shariah.

Gli esperti di giurisprudenza, detti mufti nella tradizione sunnita e mullah in quella sciita, legiferano in relazione a ogni aspetto della vita civile e religiosa, elaborando le norme del codice penale come le prescrizioni del diritto di famiglia e ponendo a fondamento delle loro decisioni non solo i dati del Corano e della sunnah, come si trovano nelle raccolte dei detti e delle azioni del profeta, ma anche l'orientamento concorde, ijma, di una o più generazioni di uomini di legge in relazione a una determinata materia e la deduzione analogica, qiyas, intesa come capacità di risoluzione dei casi dubbi; alle indicazioni di questi cultori del diritto devono attenersi i qadi, i giudici chiamati a pronunciare le sentenze in merito ai singoli casi loro sottoposti. Nell'ambito di competenza della shariah rientrano anche le norme del diritto matrimoniale.

Le nozze per l'uomo possono avere anche carattere poligamico: alla libertà di sposare fino a quattro donne si associa l'obbligo di assicurare un identico tenore di vita a ciascuna delle consorti e ai rispettivi figli. Ciò, soprattutto in epoca moderna, fa di questa pratica una possibilità limitata agli uomini più benestanti. Il divorzio, possibile per iniziativa del marito anche in assenza di particolari motivazioni, può essere ottenuto dalla donna solo per mezzo di una complessa procedura giuridica, sulla base dello stesso principio che consente il matrimonio fra un musulmano e una donna di diverso credo religioso ma impedisce di dare in sposa una donna musulmana a un uomo non seguace dell'Islam. Per quanto concerne l'abbigliamento femminile, l'esortazione rivolta dal Corano alle donne affinché indossino un mantello che copra il loro corpo da capo a piedi non può essere posta a fondamento della prescrizione di nascondere anche il volto, introdotta dai califfi Abbasidi (750-1258) con la consuetudine di confinare le mogli nell'harem, ovvero "luogo interdetto" agli uomini, consentendo loro di comparire in pubblico soltanto con il volto coperto.

Questo orientamento non univoco della tradizione antica fa sì che le prescrizioni in materia di abbigliamento femminile siano tuttora più o meno rigide nei diversi paesi islamici, analogamente alle altre norme che regolano le attività delle donne in campo sociale e professionale. Allo stesso modo, l'applicazione letterale della shariah come espressione principale del diritto (taglio della mano destra come pena per il furto o lapidazione per l'adulterio), è prerogativa di paesi, quali l'Arabia Saudita e l'Iran, più inclini a una visione integralista dell'Islam. Altrove, come in Egitto e in Siria, la pratica islamica convive con un sistema legale parzialmente ispirato a modelli occidentali, mentre la Turchia è dal 1928 uno stato ufficialmente laico, benché non vi manchino movimenti religiosi di indirizzo più o meno integralista. Se questa pluralità di orientamenti costituisce indubbiamente un motivo di tensione nel mondo musulmano, la quasi totalità dei seguaci di questa religione offre invece un'immagine di profonda unità per quanto concerne l'osservanza di quei doveri noti come Cinque pilastri dell'Islam: alla professione di fede, shahada, nell'unico Dio, il musulmano deve infatti affiancare la preghiera quotidiana, salat, nelle forme rituali previste, osservando poi il digiuno, sawn, durante il mese di Ramadan, oltre a recarsi in pellegrinaggio, hagg , almeno una volta nella vita alla città santa, La Mecca, e a versare una certa somma di denaro come decima, zakat, a beneficio dei poveri e delle necessità della comunità.

Obblighi altrettanto sentiti dai fedeli sono, oltre alla circoncisione maschile, l'astinenza dal consumo di bevande alcoliche e di carne di maiale, e il rispetto delle norme della macellazione rituale degli animali delle cui carni è lecito cibarsi. La preghiera, certamente la pratica più suggestiva dell'Islam, riunisce per cinque volte al giorno, soltanto tre fra gli sciiti, l'intera comunità dei fedeli che, ovunque si trovino, interrompono all'ora stabilita qualsiasi attività per compiere i gesti di un preciso cerimoniale, rivolgendosi verso La Mecca su un tappeto, limite dello spazio sacro, a piedi scalzi e in stato di purità rituale dopo una serie di abluzioni. La preghiera quotidiana viene recitata in forma collettiva nella moschea, il luogo di culto dei musulmani, dove il venerdì, giorno festivo per l'Islam, si tiene a mezzogiorno il rito solenne. Oltre alla salat, guidata da un imam, viene recitata una sorta di omelia pronunciata dal pulpito da un khatib, figura che comunque non riveste, al pari dello stesso imam, alcuna funzione sacerdotale in nome del principio della pari dignità di tutti i fedeli di fronte ad Allah.

Al muezzin, forma turca dell'arabo "faro", annessa alla muadhdhin, è invece affidato l'incarico di annunciare dal minareto, la torre, propriamente moschea, l'ora della preghiera quotidiana e della funzione del venerdì. Il luogo più sacro per i seguaci dell'Islam è certamente la città natale del profeta, La Mecca, dove, al centro del cortile della grande moschea, la "moschea sacra" per eccellenza, si erge la Kaaba, una costruzione cubica, larga circa 10 metri e alta 15, verosimilmente utilizzata in epoca preislamica come santuario pagano dagli adoratori della celebre "pietra nera", un meteorite di trenta centimetri di diametro che, incastonato in un angolo dell'edificio, è divenuto oggetto di venerazione anche per i musulmani. Considerando infatti la pietra nera come dono inviato dal cielo per confortare Adamo dopo la sua cacciata dal paradiso, la tradizione islamica vuole che la Kaaba, edificata da Abramo come luogo dove chiamare a raccolta tutti i popoli invitati a rendere culto all'unico Dio, fosse caduta nelle mani dei seguaci del politeismo e dell'idolatria, prima che Maometto la restituisse alla sua funzione originaria di luogo consacrato alla pratica del monoteismo.

Oltre a sottolineare la sacralità di Medina, dove si trova fra l'altro la tomba del profeta, il mondo islamico tributa da sempre grande venerazione alla città di Gerusalemme, il più antico fra i luoghi santi del monoteismo; qui Maometto, trasportatovi nottetempo dall'arcangelo Gabriele, avrebbe conosciuto l'esperienza miracolosa dell'ascensione ai sette cieli e dell'incontro con i massimi profeti, da Adamo a Gesù. Grande importanza assumono per gli sciiti, in relazione alle attività dei loro imam, numerose altre città, come Karbala in Irak e Qom in Iran. Facendo decorrere il computo degli anni dall'Egira, la migrazione di Maometto dalla Mecca a Medina, il calendario islamico si articola su un ciclo lunare di 12 mesi non connessi con il corso delle stagioni in quanto non è in uso presso i musulmani il sistema dell'intercalazione. Il nono mese è il osservano Ramadan, il periodo più sacro dell'anno durante il quale i fedeli scrupolosamente l'obbligo di digiunare, astenendosi anche dalle bevande e dai rapporti sessuali, dall'alba al tramonto, per poi celebrare come momento di gioia, alla comparsa della luna nuova, la festa più importante dell'anno, il primo giorno del mese successivo a quello del digiuno. L'ultimo mese dell'anno, quello di solenne del Dhu Hijjah, offre invece lo spettacolo pellegrinaggio alla Mecca. Nella prima metà del mese la città santa viene invasa da una folla sterminata di fedeli che indossano una veste bianca. Terminate le purificazioni rituali essi procedono quasi all'unisono, a testimonianza del carattere fortemente comunitario dell'Islam, verso il cuore della città, la Grande moschea, dove compiono sette giri intorno alla Kaaba e baciano la pietra nera, recandosi poi, come ultima tappa di una corsa frenetica fra le colline, nel piccolo villaggio di Mina. Esaurita in questo luogo la celebrazione di altri riti, fra cui una lapidazione simbolica del diavolo, il pellegrinaggio si conclude, il decimo giorno del mese, con il sacrificio di animali secondo un cerimoniale imitato nei tre giorni successivi, quelli appunto della "festa del sacrificio" in tutto il mondo musulmano.

Le tendenze principali
Cogliendo con intento estremamente sintetico le linee essenziali dello sviluppo storico delle tendenze più significative tuttora presenti nell'Islam, è possibile far risalire ai primi decenni successivi alla morte di Maometto l'origine delle correnti fondamentali, i sunniti e gli sciiti, che sarebbero sorte, insieme ai kharigiti, fra il 656 e il 661 come fazioni politiche protagoniste di una dura lotta di potere, per poi acquisire nel corso dei secoli il carattere di comunità religiose distinte da indirizzi teologici peculiari. Se l'Islam venne dominato sin dalle origini da una visione sostanzialmente legalistica dell'esperienza religiosa, emersero ben presto in seno alla comunità tendenze mistiche e il desiderio di intrattenere un rapporto diretto con il divino, caratteristica delle numerose scuole del sufismo. Ostacolati dai legislatori e dai califfi, i mistici musulmani furono spesso vittime della persecuzione, come nel caso di al Hallaj, giustiziato nel 922 a motivo della sua fede nell'unione mistica con Allah, che ai custodi dell'ortodossia suonava come una sfida alla dottrina tradizionale della trascendenza assoluta di Dio.

Gli scritti di al-Ghazali (1058-1111), che contribuì all'accettazione delle modalità cultuali del misticismo islamico, divennero famosi in quell'epoca di straordinaria fioritura culturale che, utilizzando le categorie del pensiero greco (particolarmente il neoplatonismo) come strumento per un'indagine più profonda dei contenuti spirituali del Corano, produsse i capolavori della filosofia islamica. Per quanto concerne invece l'epoca moderna, il rapporto con la cultura europea ha certamente costituito il motivo di fondo del dibattito che ha interessato, già dal XVIII secolo, l'intero mondo musulmano, determinando talvolta uno stato di tensione a motivo dell'emergere, accanto alle posizioni decisamente riformistiche, di atteggiamenti di chiusura totale di fronte a qualsiasi influenza culturale estranea all'antica tradizione religiosa.

Ai teorici di un Islam per così dire "moderato" che sappia far convivere i suoi ideali tradizionali con le esigenze di una società moderna e parzialmente occidentalizzata si contrappongono infatti quanti considerano il primato della legge religiosa nella vita sociale come elemento irrinunciabile dell'identità islamica, minacciata dal laicismo politico e sociale dell'Occidente secolarizzato. Il malcontento diffuso negli ambienti religiosi più tradizionalisti, fortemente critici verso la politica di quei governi ritenuti responsabili della corruzione di una società ligia da secoli al rispetto dei principi più puri dell'Islam, è alla base del fenomeno del cosiddetto "fondamentalismo islamico". È questa una delle tendenze più vistose dell'Islam del XX secolo, per quanto sia scorretto sopravvalutarne l'importanza a scapito delle altre espressioni di questa religione. Sorto propriamente in ambito cristiano in riferimento alle istanze di quelle denominazioni del protestantesimo che, dalla fine del XIX secolo, promossero negli Stati Uniti una battaglia a difesa dell'interpretazione letterale del testo biblico e contro le teorie dell'evoluzionismo, il termine "fondamentalismo" indica oggi convenzionalmente l'ideologia dei numerosi movimenti nati nel mondo islamico per propugnare, anche con il ricorso alla violenza, il ritorno all'osservanza dei precetti della religione come forma di opposizione politica e culturale all'Occidente.

Se questi ideali caratterizzarono già dal 1929 un gruppo come quello dei "Fratelli musulmani", il cui esponente di maggior prestigio, Sayyid Qutb, fu giustiziato per ordine delle autorità egiziane nel 1966, il fondamentalismo islamico ha conosciuto la sua massima diffusione nell'ultimo scorcio del secolo con l'attività di numerosi movimenti politico-religiosi capaci di influire sulla vita sociale in diversi paesi. Il modello politico a cui molti militanti di questi partiti fanno riferimento è quello dell'Iran, dove nel 1979 l'Ayatollah Khomeini, una delle più alte autorità dell'Islam sciita, riuscì a conquistare il potere facendo del fondamentalismo religioso il motivo ispiratore di una rivoluzione popolare contro il regime filoccidentale dello scià. Roccaforte del fondamentalismo è divenuto dal 1989 anche il Sudan, con il colpo di stato militare che ha portato al potere il Fronte islamico nazionale di Hassan al Turabi, e la più rigida ortodossia islamica è stata imposta in Afghanistan dal 1996 con la vittoria dei Taleban, giovani reclutati nelle scuole coraniche e divenuti miliziani di una delle fazioni in lotta per la supremazia dopo il ritiro degli invasori russi dal paese. In Turchia il rispetto della costituzione laica non ha impedito al Refah, o "Partito del benessere" di Necmettin Erbakan, piuttosto vicino agli ideali del fondamentalismo islamico, di divenire forza politica di governo, mentre in Algeria il Fronte islamico di salvezza (FIS) fu messo fuori legge dal partito al potere dopo avere acquisito il ruolo di forza politica di rilievo ottenendo addirittura la maggioranza dei suffragi nel primo turno delle elezioni politiche del dicembre 1991; questa decisione scatenò la reazione violenta del movimento, le cui azioni terroristiche continuano a insanguinare il paese (60.000 morti alla metà del 1997), colpendo soprattutto intellettuali, giornalisti e semplici cittadini contrari alla prospettiva di islamizzazione dello stato. Movimenti integralisti, come quello di Hamas, si oppongono al processo di pace fra il popolo palestinese e lo stato di Israele, mentre fazioni integraliste, ad esempio gli Hezbollah sciiti, sono stati protagonisti della storia recente del Libano.

Motivo ispiratore comune per le azioni di queste compagini politico-religiose è il concetto di "guerra santa" contro gli infedeli, identificati indifferentemente con i non musulmani e con i membri della comunità islamica considerati traditori a motivo delle loro posizioni progressiste e filoccidentali. A questo proposito occorre precisare come il termine arabo jihad, nel quale non solo la cultura occidentale, ma anche qualche settore dello stesso integralismo islamico, tende a cogliere la definizione della guerra santa come dottrina essenziale nell'Islam, abbia nel Corano un'accezione effettivamente più ampia e comunque meno netta; jihad significa infatti "sforzo", e il libro sacro, considerando come sforzo maggiore sulla via di Dio l'impegno del fedele a vincere le proprie tentazioni per divenire un buon musulmano, presenta la guerra santa contro gli infedeli soltanto come dovere minore da compiersi in circostanze ben precise sulla base di una rigorosa definizione giuridica. Non si deve dimenticare inoltre che, per quanto l'Islam sia penetrato fino in Europa come conseguenza della forza espansionistica dell'impero ottomano dal 1300 alla fine della prima guerra mondiale, il diritto musulmano non ha mai previsto, di fatto, l'imposizione della fede islamica attraverso la guerra, tenendo distinti i successi militari dei popoli arabi dalla diffusione della religione predicata da Maometto.


Ebraismo e Giudaismo
La fonte storica più attendibile sull'origine dell'ebraismo è la Bibbia stessa, la Bibbia intesa come raccolta di informazioni scritte e orali, nel tempo rivisitate, corrette, modificate, risalenti a 1000 anni prima di Cristo
1. Ebraismo e Giudaismo
A parte le differenze semantiche, ebraismo e giudaismo sono due termini distinti. Con ebraismo si indica il patrimonio culturale e religioso del popolo ebraico dalle origini fino al VI secolo a.C. (l'epoca dell'esilio babilonese). Il termine giudaismo ha un significato molto più ampio in quanto abbraccia il periodo successivo al VI secolo fino ai giorni nostri. Ma c'è anche un giudaismo antico che va dal 200 a.C. al 100 d.C.. Molto si è discusso su questo periodo; una discussione storica e tra storici della religione ebraica e cristiana. S'è cercato, con tutta probabilità, una primizialità, un primato. La discussione è ancora aperta.

2. Origini dell'ebraismo
La fonte storica più attendibile sull'origine dell'ebraismo è la Bibbia stessa, la Bibbia intesa come raccolta di informazioni scritte e orali, nel tempo rivisitate, corrette, modificate, risalenti a 1000 anni prima di Cristo. Tutto questo materiale costituito da racconti epici, oracolari, formule di diritto pubblico e privato, arrivò a costituire, nell'arco di dieci secoli circa, una fede monoteistica in un Dio denominato Yahweh. E da questa enorme mole di informazioni è stato possibile evincere le origini dell'ebraismo. Il periodo che va dal 586 al 538 a.C., quello che precede e segue l'esilio babilonese del popolo ebraico, vide la composizione della Bibbia ebraica, la Torah, che rappresenta il nucleo storico dell'origine dell'ebraismo. Prima di questo periodo è possibile attingere a notizie sull'origine della religione ebraica, sempre contenute nella Bibbia, che arrivano sino alla creazione del mondo. L'autore è anonimo e non potrebbe essere altrimenti, vista la vastità della confluenza di apporti di vario genere al testo biblico. Ma il sistema cronologico dell'opera, che va dal giorno della creazione fino al 561 a.C. circa, è talmente ben scandito che consente una ricostruzione storica abbastanza precisa degli avvenimenti e il loro concatenarsi.

3. 1000 a.C., nasce Israele; Regno e fondamento delle religioni ebraica, cristiana e islamica
E' questa la data che viene generalmente fissata dagli storici per la nascita dello stato di Israele, la conquista della Terra Santa e le successive vicende del Regno di Israele e del Regno di Giuda. La fonte storica d'Israele è comunque la Bibbia Ebraica, il libro Sacro fondamentale per le grandi religioni monoteistiche (ebraismo, cristianesimo, islamismo).

Oralità e scrittura dell'Ebraismo
Gli ebrei sono spesso identificati come il "popolo del libro". In realtà una definizione del genere è imprecisa rispetto alla formulazione interna all’ebraismo e alla sua realtà storico culturale: La prevalenza della scrittura sulla oralità è tutta da determinare, anche in termini cronologici; esemplificativo da questo punto di vista è la parola ebraica che indica la Bibbia: Miqra’, lettura. Di fronte al greco, libro per eccellenza, l’ebraico privilegia l’azione della lettura che parte dal libro ma per molto versi lo trascende. La dinamica tra scritto e orale, il rapporto che si instaura tra queste due componenti, non solo è semplicemente una questione terminologica: è il nucleo teorico della riflessione dell’ebraismo rabbinico, cioè dell'ebraismo come si è venuto consolidando dalla distruzione del Santuario, nel 70 d.C. in avanti. Questo significa, in sostanza, che per intendere la vera identità e l’autodefinizione di ebraismo è necessario a priori chiarire il senso della oralità di fronte alla scrittura in una prospettiva teorico-teologica. La questione non è quella di definire quando avvenga il passaggio dalla oralità alla scrittura o alla collocazione sociale di queste due modalità, ma quella di intendere il carattere fondante della dimensione orale nell’ebraismo. All’interno di questa problematica ha ruolo centrale la tradizione interpretativa e di commento, con i suoi criteri specifici: è attraverso le regole ermeneutiche che la cultura rabbinica passa dal significato letterale del testo, il peshat, ai sensi ulteriori espressione della tradizione orale, il derash. Quest’ultimo, l’interpretazione-ricerca da cui nasce sia il midrash halakhah – finalizzato alla definizione di una norma - che il midrash ‘aggadah etico, filosofico e concettuale – è dunque la pietra angolare della tradizione rabbinica. Il termine su cui ruota la riflessione dottrinaria ebraica è Torah. L’ambito semantico è duplice: in termini ristretti Torah è il Pentateuco, i primi cinque libri della Bibbia che la tradizione attribuisce a Mosè: In una dimensione più ampia il senso si ricollega ai molteplici significati della radice di questo sostantivo: da una parte l’insegnare, dall’altra quello di porre le fondamenta, di lanciare verso un bersaglio, di pioggia vivificante e, omofonicamente, di concepire una nuova vita. In questa ottica Torah non è solamente il Pentateuco ma l’insieme della dottrina, sia scritta che orale, base di sviluppo, indicazione del comportamento, insegnamento vitale e prospettiva di una nuova esistenza. E’ il progetto del mondo, preesistente ad esso consultando il quale Dio ha creato la realtà. E’ l’oggetto specifico e fondamentale della rivelazione, data una volta per sempre e continuamente rinnovata nella collaborazione tra l’uomo e Dio. La Torah è concepita come un corpo unico, composto fondamentalmente di due parti: la Torah scritta (Torah she bikhtav) e la Torash orale (Torah she be al peh). La prima non è comprensibile senza il ricorso alla seconda: solamente dalla loro intima connessione può scaturirne il vero senso. La Torah scritta rappresenta una sorta di appunto, di sintetica epifania di quella orale, e necessita quindi della integrazione di quest’ultima per poter rivelare i suoi contenuti. La Torah orale, diventa in questo modo il vero fondamento di tutta la dottrina ebraica, l’elemento teorico-teologico distintivo e la condizione stessa del patto con il popolo ebraico: è la continuazione della rivelazione. Misconoscerne il ruolo centrale viene considerato dai Maestri alla stregua della negazione dell’origine divina della rivelazione. Senza l’intervento della Torah orale non è pensabile poter mettere in pratica L’insegnamento della Torah scritta: è dunque impossibile, secondo i Maestre di Israele parlare di una precedenza cronologica della legge scritta rispetto e quella orale. Nella sua totalità di sapienza divina la Torah è concepita come un unico inscindibile, le cui parti sono presenti ad origine nella mente di Dio. E’ per questo, anche, che tra le "Massime dei Maestri", un testo rabbinico del III° secolo, si trova il seguente insegnamento

Ben Bag Bag diceva: "Girala e rigirala (la Tohaf) perché Tutto è in essa; contemplala, invecchia e consumati in essa".

Benedetto Carucci Viterbi

Studi e ricerche sulle origini delle religioni mediterranee
Religione di Amarna e Monoteismo d'Israele: unico credo ?
Jahvé e Aton uno stesso dio
nella foto, la Moschea della Roccia, Israele
Molti elementi hanno fatto ritenere ad alcuni studiosi possibile un collegamento tra queste due religioni monoteiste pressoché contemporanee. Addirittura qualcuno ha azzardato anche la possibilità che l'una fosse derivazione dell'altra o viceversa. La problematica oggetto della presente ricerca non è nuova. Sin dai secoli scorsi si è a conoscenza di una vecchia credenza, ristretta a pochi per la verità, secondo la quale gli ebrei tutti, o il solo Mosè, avevano appreso la loro religione dall'antico Egitto. Lo stesso Giordano Bruno propugnò un ritorno alle credenze egizie unica radices di tutte le religioni. Queste eresie, è noto (concezione di Dio staccata dalle religioni, invenzioni degli uomini create per le masse incolte, il dio nascosto degli ermetici in contrapposizione al demiurgo dei cristiani e degli ebrei) gli costarono nel 1600 la vita sul rogo. (1)

Naturalmente si era al livello di credenze e basta non suffragate da alcun riscontro storico certo. Peraltro appariva, agli occhi degli studiosi del passato inconciliabile il credo monoteista degli ebrei con la religione politeista dell'Egitto. Le cose si complicarono all'indomani della scoperta e degli scavi condotti da Flinders Petrie negli anni ottanta del XIX secolo. Le scoperte archeologiche effettuate nel sito di Tell el-Amarna portarono alla luce il credo monoteista di Akhenaton. Naturale conseguenza fu la riscoperta di quelle vecchie credenze e cioè la possibilità che la religione d'Israele potesse essere, tenuto conto del periodo storico abbastanza vicino, una derivazione della religione monoteista di Amarna. Notevole fu a quell'epoca, e non solo tra gli studiosi, l'entusiasmo per la figura di Akhenaton possibile primo anello della millenaria storia delle tre grandi religioni monoteiste. Petrie sostenne che il monoteismo amarniano era una derivazione di credi hurriti importati in terra d'Egitto dalla madre di Akhenaton e probabilmente dalla moglie di questi anch'essa hurrita e cioè la regina Nefertiti ( 2 ). Analogo orientamento fu espresso da altri autorevoli studiosi, primo fra tutti il grande egittologo Weigall ( 3 ).

Un'altra corrente che si sviluppò agli inizi di questo secolo ritenne possibile l'ipotesi opposta e cioè la derivazione della religione ebraica da quella amarniana. Ciò era giustificabile dal fatto che anche questa corrente, riteneva probabile un'origine ariana del faraone del sole od almeno della consorte e della propria madre. La mentalità diversa, opposta ad una visione della vita del tutto statica che da millenni permeava il popolo egizio, fu l'elemento scatenante secondo costoro che portò all'invenzione di un credo del tutto diverso da quelli precedenti ( 4 ). Gli orientamenti espressi dalle correnti di inizio secolo furono dettati da una parte dall'entusiamo vero e proprio venutosi a creare all'indomani della scoperta di Amarna ed dall'altra e sopratutto da preconcetti moralismi od addirittura impalpabili spinte di razzismo. Condivido pienamente quanto sostene il Bernal nell'opera citata e cioè il fatto che una buona parte della società di allora non poteva accettare una matrice camitica o semitica quale primo motore del credo ebraico e soprattutto del cristianesimo, si rendeva pertanto necessaria una giustificazione al riguardo. Taluni studiosi arrivarono persino ad azzardare la possibilità che il credo cristiano non avesse una matrice giudaica perché si collegava direttamente con la fede di Akhenaton quindi, per quanto in precedenza detto, una fede hurrita, ergo ariana ( 5 ).

Da quanto detto emerge chiaramente il fatto che per almeno un cinquantennio e cioè sin dagli anni 70-80 del secolo scorso gli studi nel merito furono più o meno fortemente condizionati da certi pregiudizi che peraltro, cosa più importante, non furono mai confortati da elementi storici certi basati sulla ricerca storico-scientifica. Pertanto le ricerche anteriori agli anni venti e le conseguenti teorie risultano di scarso valore ai fini del presente studio. In epoca successiva l'americana Nora Griffith, in una ricerca condotta nel 1923, sostenne che la regina Tiye madre di Akhenaton e moglie principale di Amenophi III fu la vera ispiratrice della religione amarniana. Questa studiosa ritenne che Tiye di origine ittita, dopo essere andata in sposa al sovrano d'Egitto, introdusse presso la corte usanze e costumi che si basavano sul culto ittita del sole ( 6 ). Ipotesi questa scarsamente attendibile anzitutto perché la regina Tiye pare accertato era di origine cananea, quindi semita e non indo-europea come era il popolo ittita e poi e sopratutto perché il culto solare presso gli ittiti rientrava nel conserto di una moltitudine di divinità e dove per conseguenza il concetto di monoteismo era del tutto sconosciuto. Oltretutto, come acutamente osserva il Lehmann (cfr. cit.op.) non si comprende il perché gli egizi andassero a prendere in prestito queste divinità solari da estranei tenendo presente che gli stessi, come si è visto, da epoca immemorabile avevano di già il culto solare a casa propria. Un altro autore che si interessò nel periodo anteriore all'ultimo conflitto mondiale in modo abbastanza approfondito a questa problematica fu direi un non addetto ai lavori, addirittura il padre della psicoanalisi Sigmund Freud. In un'opera pubblicata in inglese a New York nel 1939 e per quanto mi risulta l'unica di contenuto non medico del maestro viennese Moses and Monotheism ( 7 ), il Freud sostiene che la religione d'Israele altro non è che la derivazione della religione amarniana ed a sostegno di tale ipotesi cita l'usanza delle popolazioni camitiche (quindi anche egizie) della circoncisione che a quell'epoca era del tutto sconosciuta alle popolazioni semite.

Egli sostiene che fu Mosè, personaggio certamente egizio, ad introdurre tale usanza tra le popolazioni d'Israele. Non mi soffermerò ulteriormente su quest'opera del maestro viennese perché, a mio avviso, anch'essa risulta oramai superata e dalle scoperte archeologiche intervenute negli ultimi sessanta anni ed anche dall'orientamento degli studi recenti in tema di collocazione storica dei vari elementi afferenti a quel tempo. In epoca recente l'americano Ben Lyon in un lavoro edito nel 1987 Moses sostiene che il regno d'Israele fu fondato dal padre di Akhenaton e cioè Amenophi III per il tramite di un suo generale un certo Mermose, che egli identifica in Mosè. Questa ricerca, al pari delle altre accennate in precedenza, risulta non convincente in quanto si basa fondamentalmente sul presupposto di contemporaneità dell'evento storico dell'esodo con il periodo amarniano ( 8 ). Gli studiosi sono abbastanza concordi nell'indicare presumibile l'esodo verso la terra promessa durante il periodo ramesside. Vi è pertanto un salto storico in avanti valutabile dai cento ai trecento anni. Abbastanza convincenti appaiono per l'inverso le argomentazioni addotte da due autori che, per quanto dirò nel prosieguo, si basano su elementi storici calzanti. Trattasi dell'americano Robert Silverberg e del tedesco Philipp Vandenberg. Il primo, anch'egli uno dei massimi studiosi del periodo amarniano, in un lavoro edito a Filadelfia e New York nel 1964 dalla Chilton Book "Ekhnaton, the Rebel Pharaoh" ritiene che la religione d'Israele sia una derivazione di quella amarniana. Philipp Vandenberg, noto pubblicista tedesco autore di diverse opere di storia antica alcune tradotte anche in italiano, ritiene per l'inverso possibile che la religione amarniana sia derivazione di quella d'Israele ( 9 ).
Le due ipotesi risultano praticamente contrapposte ma entrambe conducono, sulla base questa volta di elementi storico-scientifici abbastanza attendibili, alla conclusione di una matrice comune. La prima ipotesi e cioè la derivazione della religione ebraica da quella amarniana si basa su di una serie di elementi che ora passerò ad analizzare. Intorno al duemila-duemilacinquecento avanti Cristo inizia quel lento processo di desertificazione, tuttora in atto, delle regioni comprese tra l'Eufrate ed il mar Mediterraneo (Asia anteriore). Queste zone, all'epoca erano abitate da popolazioni di lingua semita in prevalenza nomadi dedite alla pastorizia ed organizzate sotto forma tribale. A seguito di questo processo di impoverimento del terreno queste tribù iniziarono lentamente ad emigrare alla ricerca di condizioni di vita migliori per il pascolo. Il flusso emigratorio si diresse essenzialmente verso le ali della cosidetta mezzaluna fertile ( 10 ). Si venne così a generare una duplice direttrice, a sudest verso l'alluvio mesopotamico (la regione compresa tra il Tigri e l'Eufrate) e l'altra ad ovest verso le fertili terre lungo il Nilo. E' appena il caso di accennare che la prima direttrice fu fortemente avversata dalle popolazioni autoctone mesopotamiche. Queste popolazioni avevano un elevato grado di civiltà, la terra di Akkad e dei popoli del mare (sumeri) e mal tolleravano l'afflusso di gente nomade, semibarbara dedita a pasteggiare carne cruda ( 11 ).

Il secondo flusso emigratorio, come accennato in precedenza, si diresse verso l'Egitto. Questa direttrice, al contrario della prima, fu agevolata od addirittura favorita dai sovrani egizi i quali ben vedevano l'afflusso di mano d'opera indispensabile per la costruzione delle grandi opere dell'antico Egitto. Queste popolazioni vissero in assoluta libertà per diversi secoli. Ciò è attestato dalle recenti scoperte archeologiche che hanno rilevato condizioni di vita di queste tribù abbastanza soddisfacenti. Certamente esse non avevano uno status sociale paritario alle popolazioni camitiche però di certo non erano in condizione di schiavitù. E' stato accertato, sulla base dei reperti portati alla luce, che durante il periodo della diciottesima dinastia gli unici schiavi furono i nubiani ed i siriani e per giunta solo quelli catturati in operazioni belliche. Lentamente nel corso dei secoli diverse tribù dovettero cambiare sistemi di vita diventando popolazioni sedentarie dedite in prevalenza al commercio ed all'artigianato od anche ai cantieri delle grandi opere ( 12 ). Alcuni personaggi pare abbiano raggiunto anche dei posti di un certo rilievo nell'ambito dello stato. Le stesse sacre scritture parlano di Giuseppe che divenne ministro del faraone (non si sa se trattasi di personaggio storico, alcuni sostengono di si e lo collocano nel regno medio - periodo Hyksos - intorno al diciottesimo secolo). Per inciso si ritiene opportuno segnalare che alcuni autori limitano il periodo di libertà goduto dai popoli della sabbia al solo periodo del dominio Hyksos, circa quattrocento anni (dal XX al XVI secolo). Essi partono dal presupposto che gli Hyksos erano popoli di stirpe semita e pertanto, in virtù di ciò, assecondarono notevolmente i cugini immigrati in terra d'Egitto ( 13 ).

Questa tesi appare improponibile per due motivi: gli studiosi sono in prevalenza più concordi nel ritenere il popolo Hyksos di lingua indo-europea proveniente dal mare (probabilmente al pari dei filistei stanziatisi in Palestina nella regione di Gaza) forse da Creta o dalla Grecia (gli Joni citati dai persiani?); in seconda analisi dal XVI secolo, fine del dominio Hyksos, all'epoca ramesside vi è un salto di circa tre secoli (la XVIII dinastia) durante il quale le popolazioni semite stanziate in Egitto continuarono a godere di uno status di indiscutibile libertà. Tra le tribù rimaste fedeli al nomadismo pare, durante la diciottesima dinastia, ci fossero proprio quelle d'Israele. Ciò sarebbe attestato dall'appellativo dato dai tutmosidi a queste tribù di Khabiri che significherebbe errabondi, vagabondi ( 14 ). Questo appellativo, secondo alcuni autori, non aveva però valore dispregiativo, bensì aveva il significato di gente diversa perché dedita al nomadismo, fatto insolito per l'Egitto di quell'epoca dove le popolazioni autoctone erano in genere di tipo stanziale. Ad ulteriore conferma del fatto che le tribù d'Israele fino all'avvento della XIX dinastia, o poco prima, non si trovarono in condizione di schiavitù ci vengono in aiuto le stesse Sacre Scritture. La Bibbia afferma infatti che gli ebrei vissero nella fertile valle del Gessen, nella quale erano stati ospitati durante la carestia e dove poi si erano stabiliti in pianta stabile. Inoltre vi si narra come, durante le lunghe marce dell'esodo, gli ebrei rimpiangessero sovente i buoni e ricchi cibi che offriva loro un tempo questa terra egiziana. All'indomani dei fatti Amarna le tribù di Israele, solo e soltanto loro, furono ferocemente perseguitate e rese in schiavitù sopratutto in epoca ramesside. Pare accertato quanto asserito nelle Sacre Scritture e cioè che le città di Pitom o Fitom e Ramses (le attuali Tell el-Rataba e San el-Hagar - il termine egizio è Pi-Ramses-Mery-Amun) furono edificate, in condizione di schiavitù, dal popolo d'Israele sotto il regno di Ramsete II. Alcune iscrizioni rinvenute parlano dei viandanti della sabbia che trasportano enormi pietre per costruire le fortezze di queste città con palese riferimento agli schiavi ebrei. Questa sudditanza ebbe poi termine con l'affrancatura che realizzò Mosè con l'esodo (in prevalenza gli studiosi lo ritengono personaggio storico ed alcuni di probabile origine camitica, il Moses o Mosi ricorrente nei nomi egizi). Secondo questa ipotesi il popolo d'Israele fu schiavizzato perché fu l'unico vero seguace del monoteismo amarniano e pertanto professante una religione eretica. Le sacre scritture di epoca certamente successive ai fatti di Amarna furono naturalmente plasmate ad uso di quel popolo ( 15 ).

In conclusione gli elementi condotti a sostegno di tale teoria si basano su tre fattori di primaria importanza: a)libertà delle popolazioni di lingua semita immigrate in Egitto per secoli e secoli prima dei fatti di Amarna; b) subito dopo il periodo atoniano, messa in schiavitù delle sole tribù d'Israele; c) palese derivazione di alcuni passi delle sacre scritture dall'inno ad Aton. Appare abbastanza verosimile che l'elemento religioso (concetto del monoteismo assolutamente contrastante con il credo amoniano) sia stato l'elemento scatenante che ha determinato i fatti storici testé citati. L'altra ipotesi citata in premessa e cioè la possibile derivazione della religione di Amarna da quella israelita non è eccessivamente difforme, almeno nella sua impostazione, da quella della Griffith della quale si è fatto cenno in precedenza, la variante consiste nel ruolo primario assunto dalla regina Nefert-iti. Nel caso in esame le argomentazioni addotte a sostegno, come vedremo, risultano certamente di maggior spessore rispetto alle ricerche della studiosa americana. Il credo monoteista fu introdotto, secondo questa tesi, da Nefert-iti regina consorte principale di Amenophi IV, di probabile origine orientale. Questa sovrana che taluni studiosi, tra cui il Vandenberg, identificano nella principessa hurrita Taduchippa, dovette attingere il credo monoteista dalle tribù d'Israele nel suo paese d'origine inculcandolo dapprima al re Amenophi III e poi al figlio Amenophi IV ( 16 ). Questa sovrana, in base al contenuto di alcune lettere di Amarna ( 17 ), come detto verrebbe identificata nella principessa Taduchippa figlia del re Tushratta sovrano del Mitanni (la zona dell'attuale Kurdistan irakeno), popolazione hurrita di lingua indo-iranica e pertanto abbastanza simile alla ittita che era di lingua indo-europea ( 18 ).

Taduchippa andò in sposa di rango secondario al re Amenophi III quando questi era di già ammalato e vecchio. E' appena il caso di accennare che la consorte principale di questo sovrano era Tiye di origine cananea madre del faraone del sole ( 19 ). Alla morte del sovrano Nefert-iti andò sposa, questa volta di rango primario, ad Amenophi IV. Qualche autore ritiene che quando la giovane principessa ancora non si era mossa dalla corte di Washshukanni (la capitale del Mitanni), o tuttalpiù agli inizi del viaggio, il vecchio sovrano era già morto. Giunta a destinazione andò pertanto direttamente in sposa ad Amenophi IV. Questa circostanza comunque appare alquanto incerta per tutta una serie di considerazioni prime fra tutte il fatto che parrebbe estremamente più verosimile un rientro in patria all'indomani dell'apprendimento della morte del futuro sposo. Il Vandenberg sostiene, per tutta una serie di argomentazioni che ora passerò ad esaminare, che la regina Nefert-iti fu il vero primo motore della rivoluzione amarniana. Questa donna oltre ad essere bella era anche dotata di straordinarie capacità, molto intelligente e dal carattere forte e volitivo (20). Ella inculcò la religione monoteista, appresa nel suo paese d'origine da possibili contatti con le tribù nomadi d'Israele, dapprima al vecchio sovrano Amenophi III e poi ad Amenophi IV uomo che egli ritiene debole e quasi certamente affetto anche da diverse sindromi (21). Le prove starebbero in due elementi: anzitutto il fatto che il primo a parlare di monoteismo solare fu il padre di Akhenaton proprio negli ultimi periodi di vita che potrebbero andare a coincidere con il matrimonio con questa giovane principessa hurrita. Il disco solare Aton, unico dio dell'universo, fu infatti proclamato da questo sovrano. Akhenaton non fece altro che renderlo, nel sesto anno del suo regno, unica religione di stato. L'altro elemento di gran lunga più importante, si basa sulle recenti scoperte archeologiche dove l'informatica ha assunto un'importanza direi determinante.

Vediamone il perché. Intorno agli anni venti l'archeologo francese Henry Chevrier rinvenne a Karnak, in depositi abbandonati da millenni, un'infinità di pietre, residui di costruzioni dalla forma di parallelopipede dalle dimensioni di cm.30x60 circa. Su una delle facce si notavano dei rilievi, dei disegni che egli non poté decodificare perché le pietre erano tutte ammassate in disordine. Egli sostenne che dovevasi trattare del tempio dedicato ad Aton fatto edificare da Amenophi IV nei primi anni del suo regno prima che fosse trasferita la capitale ad Aketaton. Per decenni non se ne fece più nulla in quanto la tecnica di allora non era in grado di scoprire cosa rappresentassero quei rilievi e disegni. Agli inizi degli anni sessanta le ricerche furono riprese da due americani un certo Ray Winfield Smith ex diplomatico di Filadelfia e William Stevenson Smith famoso egittologo di Boston. Con un lavoro paziente durato anni e per quanto mi risulta non completamente ultimato tutte queste pietre furono numerate, catalogate e con l'ausilio dell'informatica (agli inizi per mezzo di un computer IBM fornito dal centro studi statistici del Cairo e sotto la direzione tecnica di alcuni ingegneri elettronici americani) gran quantità di questo materiale è stata decodificata. I lavori, durati anni, furono nel prosieguo diretti dal grande archeologo americano Donald Redford. Tutta l'operazione fu patrocinata dalla National Geographic di Washington gelosa titolare dei diritti d'immagine che, per quanto mi risulta, non ha mai, tranne qualche sporadica immagine apparsa sulla rivista da lei edita, pubblicizzato od almeno divulgato in senso ampio. In una pubblicazione resa dal Redford Studies on Akhenaton at Thebes per conto dell'università di Pennsylvania vengono descritti i resoconti di tali ricerche (22).

Il Redford conferma che trattasi del tempio dedicato ad Aton, un edificio probabilmente il più grande mai costruito nella storia, parla di un lato di ben milleseicento metri. Questa costruzione fu demolita completamente ad opera dei sacerdoti restauratori del culto politeista, una parte del materiale fu impiegato nella costruzione di diversi templi e palazzi della zona di Karnak ed il resto del materiale restò sepolto per millenni. La decodifica delle immagini ha dato queste risposte: la regina Nefert-iti appare ritratta un numero di volte sensibilmente superiore rispetto al proprio consorte, circostanza di per se stessa di già abbastanza singolare. Per di giunta le immagini della sovrana risultano essere per grandezza eguali a quelle del sovrano. Fatto questo del tutto insolito in quanto a quel tempo la rappresentazione dell'immagine risulta proporzionale all'importanza del personaggio, il sovrano era sempre la figura più grande. La regina appare altresì sovente in posizione di movimento, rappresentazione direi abbastanza rivoluzionaria per quei tempi. Nell'iconografia dell'antico Egitto la donna era sempre rappresentata in posizione di fermo con le gambe unite al contrario dell'uomo che era, tranne i prigionieri e gli schiavi, sempre rappresentato in posizione di movimento perché ciò denotava il senso del possesso, del dominio. In una immagine la regina appare da sola sul cocchio regale, immagine questa direi unica nel suo genere. Sul cocchio regale poteva salire soltanto il re o tuttalpiù assieme alla consorte principale ed ai figli di quest'ultima, ma dietro il sovrano e con dimensioni della figura, come detto in precedenza, più piccole. Infine la circostanza più importante sta nel fatto che la regina è rappresentata oltre sessanta volte con in capo il disco solare di Aton ed inneggiante a questa religione. Tutti questi elementi messi insieme fanno ritenere al Vandenberg sufficientemente valida l'ipotesi della forte personalità, addirittura del comando che questa regina ebbe durante il periodo amarniano e proverebbero la conferma che ella fu il vero primo motore di questa rivoluzione che abbracciò un pò tutti i campi e pertanto e sopratutto quello religioso.

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Note
1 - cfr. Martin Bernal Black Athena. The Afroasiatic Roots of Classical Civilization. London UK 1987. Molto si è discusso nel passato circa la vera matrice della religione egizia se cioè era ab origine monoteista o politeista. Lo storico delle religioni Karl Beth (1916) sostiene che la risposta è a double-face secondo come la si esamini. Qualche studioso ritiene che nella sua essenza è un credo monoteista (divinità suprema astratta, trascendente che si andrebbe ad identificare nel dio nascosto dei dotti, dei sapienti, il dio dei platonici ma soprattutto degli ermetici) che poi nel tempo ha subito una serie di derivazioni che hanno finito per far perdere la originaria caratteristica di credo verso un'unica divinità (cfr. E. Drioton Le monothéisme de l'ancienne Egypte in "Cahiers d'histoire égyptienne", Paris 1948). Comunque, a prescindere da ogni dissertazione nel merito, appare indubitabile che la religione egizia, nella configurazione a tutti nota nell'intero arco della storia di questo paese, resta senza ombra di dubbio religione oggettivamente politeista.
2 - cfr. Flinders W.M. Petrie, A History of Egypt, London UK 1894-1905 (II volume).
3 - cfr. A. Weigall The Life and Times of Akhnaton New York NYS 1923.
4 - cfr. L.W. King and H.R. Hall Egypt and Western Asia in the Light of Recent Discoveries, London UK 1907. Qualche autore , in netto contrasto con le correnti ariane citate nel testo, ritiene addirittura probabile l'origine di Akhenaton e del padre, sopratutto in base al colore della pelle molto scura, da ricercarsi nell'Alto Egitto o nella Nubia (cfr. H.A. Gardiner La Civiltà Egizia - op. trad. in italiano, Torino 1971).
5 - cfr. A. Weigall, cit. op. "...Nessun'altra religione al mondo è più prossima al Cristianesimo della fede di Akhenaton...", pag.127.
6 - Gli ittiti avevano il culto del sole come si desume dal Carme di Muwatallis.
7 - Analoga opera in lingua tedesca fu pubblicata in Germania con il titolo Der Mann Moses, Frankfurt/Main DBR 1970 (ult. ed.).
8 - Il Lyon (cit. op.) parte dal presupposto che Amenophi III sovrano ed al tempo stesso dio unico, per il concetto di universalità insito nella religione atoniana, volle fondare un nuovo regno in terra di Palestina con un nuovo popolo, quello d'Israele, affidando questo incarico al figlio Akhenaton. Egli identifica una serie di personaggi biblici con uomini e donne d'Egitto (la regina Tiye è la biblica Miriam, Mermose è Mosè ecc.). Alcuni dei dieci comandamenti dettati da Mosè risultano simili al libro dei morti (per ulteriori approfondimenti cfr. cit. op.).
9 - cfr. Vandenberg. P. , Nofrotete, Bern CH und Muenchen DBR 1975; Der Fluch der Pharaonen, Muenchen DBR - Bern CH - Wien A 1973.
10 - Con il termine Mezzaluna fertile il Breasted identifica quell'area geografica culla delle più grandi civiltà del mondo compresa tra i fiumi Tigri, Eufrate da una parte (corno destro) e Nilo dall'altra (corno sinistro). cfr.: Brastead C., Vom Tal der Koenige zu dem Toren Babylons, Stuttgart DBR 1950. E' bene precisare che una emigrazione nelle altre aree appetibili era resa estremamente difficile, l'Elam infatti a sud-est era troppo lontano e le regioni a nord di Kizzuwatna risultavano inaccessibili sia dalla conformazione orografica (catena dei Monti Tauro che fungevano da vero e proprio diaframma tra la regione anatolica ed il sud) ed anche e sopratutto perché trattavasi di regioni abitate da popolazioni ben più bellicose delle mesopotamiche (dapprima i Khatti e poi gli Ittiti) che non avrebbero certamente consentito l'accesso di flussi immigratori nel loro territorio.
11 - Le popolazioni mesopotamiche chiamavano queste tribù in lingua akkadica Amorrei, parola che deriva dal sumero Martu o Tidnum e che significa popoli ad occidente. Alcuni reperti attestano che queste tribù, assieme ai Gutei e i Sua provenienti da est (monti Zagros)furono appellati, per la loro rozzezza, popoli che mangiano carne cruda.
12 - Di epoca recente il ritrovamento in alcune località archeologiche d'Egitto dei conteggi relativi alle paghe che venivano corrisposte agli operai addetti alla costruzione delle grandi opere.
13 - cfr.: K. Richter La Bibbia e l'antica civiltà d'Israele, Ginevra 1976.
14 - Khabiri o Habiri. Taluni ravvedono in questo termine la naturale derivazione della parola ebreo (Khabiri, Habiri, Hbr).
15 - cfr. F. Delitzsch, Babel und Bibel trad. in italiano con il titolo Babilonia e la Bibbia, Ed. Bocca Torino 1905; K. Richter La Bibbia e l'antica civiltà d'Israele, La Spezia 1990.
16 - Alcuni studiosi ritengono Nefert-iti di origine egizia, tra questi l'Aldred che ne attribuisce la paternità probabile ad Ay (figlio di Yuya e Tuyu). In questo caso avrebbe avuto per sorella Mut-nodijme. Altri, tra cui il Vandenberg, per una serie di argomentazioni ne sugellano l'origine orientale. Anzitutto l'abbigliamento ed in particolare il copricapo di chiara origine hurrita o tuttalpiù ittita. Quest'abbigliamento era tipico delle principesse e regine di quelle regioni orientali. Esse non dovevano mostrare in cermonie i capelli al contrario degli uomini, i famosi maryanna dalle lunghe chiome simbolo della potenza. Usanze analoghe pare vi fossero anche tra le popolazioni filistee abitanti la regione di Gaza. Altro elemento che farebbe supporre un'origine orientale è dato dal colore della pelle estremamente chiara e dalle fattezze del viso, tutti elementi che fanno supporre un'origine giapetica (indoeuropea o più probabilmente indo-iranica cioè hurrita). Si rammenta che gli egizi erano appellati misraim dove misr o msr significa nero, scuro e aim (parola di origine semita) sta per stirpe, popolo. In ultima analisi la traduzione del nome NFRT che significa letterlamente La bella che quì viene dove NFR sta per bella e T indica il genere femminile. E' appena il caso di accennare che nella grafia geroglifica risultano del tutto assenti le vocali. Nefer (NFR) è un escamotage usato dagli egittologi per dare un suono a quelle consonanti che altrimenti risulterebbero impronunciabili. Qualche autore di recente ritiene più corretto il nome di Nofrorete od anche Nofrerete.
17 - Un contadino rinvenne nel 1888 nella zona di Tell el-Amarna alcune tavolette scritte in carattere cuneiforme. Fu, all'epoca, una scoperta importantissima perché fece luce su diversi fatti storici del periodo amarniano. Si trattava del ritrovamento degli archivi reali dei due sovrani Amenophi III e Amenophi IV scritti come detto nella lingua diplomatica del tempo che era l'akkadico babilonese. Nel complesso oltre tremila lettere.
18 - Il ramo giapetico della razza umana (razza aria o ariana), secondo il prevalente orientamento attuale degli studiosi, in epoca imprecisata dette origine a due sottogruppi fondamentali gli Joni (termine che dettero i persiani ai greci e che significherebbe popolo giovane. Ancor oggi i popoli di razza turca chiamano i greci junani e la Grecia Junanistan) rappresentanti il ramo indoeuropeo e gli ariani propriamente detti , il ramo orientale rappresentato dalle popolazioni dell'altopiano iranico e del sub-continente indiano. Le popolazioni turaniche (turchi, magiari, estoni, finni ecc.) farebbero parte di un sottogruppo rientrante sempre nella grande famiglia giapetica. Gli hurriti apparterrebbero al gruppo degli ariani propriamente detti, mentre gli ittiti apparterrebbero al primo gruppo (nel merito comunque vi sono pareri discordanti).
19 - Nell'antichità le popolazioni cananee, pertanto di lingua semita, abitanti le zone costiere (Ugarit, Sidon ecc.) venivano chiamate Fenici. Pertanto il termine fenicio o cananeo identifica uno stesso popolo, ove i primi erano navigatori ed i secondi pastori o dediti all'agricoltura in genere.
20 - Celebre il busto in gesso di cm.48 circa rinvenuto il 6 dicembre del 1912 a Tell el-Amarna da Ludwig Borchardt (cfr. Borchardt L., Portraits der Koenigin Nofretete, Berlin 1923), ed attualmente allo Staatliche Museum di Berlino. Altrettanto celebre e forse, ad avviso di chi scrive ancor più interessante, la testa incompiuta della regina in quarzite di cm.33 circa, proveniente anch'essa da Amarna ed attualmente presso il Museo Egizio del Cairo.
21 - L'aspetto del sovrano che emerge dalle varie iconografie esistenti evidenzia, secondo diversi studiosi, la probabile presenza di alcune sindromi quali la idropisia e/o la sindrome di Klinefelter. L'addome estremamente pronunciato e sproporzionato rispetto alle altre parti del corpo, i fianchi femminei costituirebbero un forte indizio.
22 - Donald B. Redford, A Report on the Work of the Akhenaton Temple Project of the University Museum e Studies on Akhenaton at Thebes , entrambi i lavori pubblicati dalla University of Pennsylvania PA nel 1973.

(Emilio Mariani, 1998)

Islam e Cristianesimo
"Dalla montagna sacra" di Dalrymple
nella foto, la Moschea Alhambra, Granada
Dal diario di viaggio nel mondo arabo di Dalrymple emergono similitudini tra le due religioni. "Il Ramadan è la riproposizione della Quaresima come la celebravano i copti"
Nella primavera del 587 d.C., il monaco Giovanni Mosco attraversò l’intero mondo bizantino, partendo dalle sponde del Bosforo per arrivare in Egitto. Da quel viaggio nacque il "Prato spirituale" uno dei libri più letti e popolari dell’antichità. Quattordici secoli più tardi, a percorrere lo stesso itinerario è stato William Dalrymple, trentenne scozzese già famoso grazie ai suoi resoconti di viaggio, il risultato è "Dalla montagna sacra" (Rizzoli), un libro che punta a inserirsi nella miglior tradizione della narrativa di viaggio britannica: "Quando si nasce in un’isola, viaggiare è inevitabile", spiega lo scrittore, "ma la narrativa di viaggio è qualcos’altro, ed ha una ricca tradizione, soprattutto inglese, che parte dai memorialisti del diciottesimo secolo e diventa, con Bruce Chatwin, un vero e proprio genere letterario con il quale i giovani autori devono prima o poi confrontarsi". A chi scrive di viaggi può capitare, diversamente da quanto succede ai romanzieri, di avere in mente una storia, e trovarsene in mano una tutta diversa.
E’ quanto è successo a Darlymple, partito "per raccontare le persecuzioni delle minoranze cristiane nel mondo arabo", e testimone involontario di una millenaria tradizione di tolleranza che solo ai nostri tempi si sta sgretolando, "e che risalta se confrontata con la tradizionale intolleranza cristiana verso tutte le minoranze religiose, musulmani inclusi". Una tolleranza che è riuscita a sopravvivere alle inevitabili tensioni causate dalle crociate, e che ha fatto la grande fortuna dell’oriente: finendo però paradossalmente con l’entrare in crisi nel nostro secolo. E William Dalrymple individua le origini di questa crisi proprio nel progressivo affermarsi della cultura nazionalista che il Medio Oriente ha importato dall’Occidente: "Basti pensare a cosa è successo in Turchia, dove c’era una ricca tradizione multiculturale e multi religiosa. Esauritasi con la presa del potere da parte dei "giovani turchi" che ha portato al massacro degli armeni e all’espulsione dei greci. Senza dimenticare Cipro, la Palestina, la Bosnia". In realtà le persecuzioni e le discriminazioni di cui l’autore è stato testimone - quelle contro gli armeni, i palestinesi, alcune comunità cristiane - hanno origini diverse: "in libano, ad esempio, i cristiani scontano il fatto di non aver voluto dividere il potere che detenevano". Resta il fatto che il mondo moderno sembra aver dimenticato qualcosa che per la cultura bizantina era del tutto ovvio, e cioè che Islam e cristianesimo sono assai più vicini di quanto comunemente si pensi: "Quella cristiana è fondamentalmente una religione orientale, nata in Palestina e cresciuta ad Antiochia, Bisanzio, Alessandra", spiega lo scrittore. "La preghiera islamica, in ginocchio con il capo poggiato a terra, deriva dalla più antica forma di preghiera cristiana, e il Ramadan, tante volte additato come esempio di fanatismo, non è altro che la riproposizione della Quaresima come la celebravano i copti, che ancora oggi digiunavano dall’alba al tramonto".

Il problema, prosegue Dalrymple, è che noi "tendiamo a contrapporre il Cristianesimo, religione occidentale, all’Islam, regione orientale. Ma diversi pensatori cristiani tra cui Giovanni da Damasco, l’ispiratore di Tommaso d’Aquino, consideravano l’Islam un’eresia cristiana più che una vera religione". Cosa si può fare per riavviare il dialogo tra Oriente e Occidente? "Anzitutto cercare di capire, ed intervenire con prudenza: spesso l’Occidente ha reso le cose più difficili per le comunità cristiane di Oriente. In Egitto il Congresso Usa ha vincolato gli aiuti al comportamento nei confronti della comunità copta, il che l’ha resa invisa al mondo islamico provocando grave imbarazzo proprio in quelli che si intendeva proteggere". E soprattutto, prosegue l’autore, non agitare lo spettro del fondamentalismo: "E’ sbagliato vedere il Medio Oriente come un blocco islamico intollerante. Eppure c’è la tendenza, specialmente da parte degli Stati Uniti, a identificare una "minaccia islamica" che va a sostituire l’antica "minaccia sovietiva". Dimenticando che il fondamentalismo è una caratteristica comune a molte religioni: "Ci sono fondamentalisti indù ed ebrei, cristiani e, naturalmente musulmani". Ma si tende ad esagerare la capacità del fondamentalismo islamico di controllare il mondo arabo".

Darlymple non perde la voglia di scherzare, neanche quando parla di cose serie, anzi, soprattutto allora: "In Usa ci sono cristiani fondamentalisti in posizione di potere, ma questo significa che a Roma o a Milano i cristiani marcino per le strade invocando lo sterminio dei musulmani?" precisa con un sorriso. "Il fondamentalismo è un fenomeno preoccupante, in crescita, ma quasi ovunque in posizione minoritaria. E in alcuni Paesi, come in Iran, è addirittura in declino". Ma cosa ha scatenato l’ondata di estremismo che minaccia di travolgere l’antica tradizione di tolleranza islamica? "Ci sono molte ragioni: in certi casi, come nel sollevamento dell’Iran contro lo Scia, i fondamentalisti hanno finito con il prendere il potere soppiantando altre forze politiche: in altri casi l’opposizione al regine si è coagulata intorno ai fondamentalismi perché mancava un’opposizione democratica credibile". In ogni caso, fondamentalismo e nazionalismo hanno impoverito il Medio Oriente, "che è stato una delle più importanto aree culturali e politiche del mondo, ma non ha mai contato tanto poco come oggi" - osserva lo scrittore-.

"E questa è la miglior prova del fatto che il confronto tra culture e tradizioni diverse è estremamente produttivo: lo vediamo oggi in Inghilterra dove le arti, la musica, perfino la gastronomia fioriscono grazie all’apporto della seconda generazione di immigrati. Insomma, grazie alle stesse forze che hanno fatto grande la cultura bizantina".

 Paola Emilia Cicerone


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