ANTICHE CIVILTA' MEDITERRANEE tra Storia e Archeologia

 
Civiltà Egizia: la Religione

Non è facile districarsi nel complicato e monumentale mondo religioso egizio ma rimane comunque il fatto che è fondamentale per capire la civiltà egizia visto che tutto ruota intorno alla religione, sia di stato che locale. Infatti è necessario tenere presente che ogni provincia aveva il proprio dio ( divinità o animale ) e, anche se l'influenza di un faraone, grazie alla quale un dio diventava potente se innalzato a dio di stato, nelle tribù e nei villaggi si continuava a mantenere salda la propria tradizione religiosa. 

Secondo la teoria Eliopolitana della creazione del mondo tutto iniziò dal Caos (Nun). Atum, nascosto in un bocciolo di loto, lottò contro il Caos, vinse e cambiò le sue sembianze in Ra ( sole ). Ra diede alla luce due figli divini : Sciu (dio dell'aria) e Tefnet (dea dell'umidità ). I due nuovi dei si accoppiarono e così nacquero Gheb (dio della terra) e Nut (dea del cielo) che a loro volta generarono quattro figli : Osiride, Seth, Iside e Nefris. Osiride e Iside ebbero un figlio : Horo. Osiride, Iside e Horo costituiscono la prima Trinità di dei e considerati i veri dei nazionali e venerati in tutto il paese. Le loro vicende hanno dato adito ad un bellissimo poema e che a noi ci è arrivata per sommi capi la leggenda. ( La Leggenda di Osiride )

Nel susseguirsi dei popoli durante tutta la nostra storia, soltanto gli egiziani ci hanno tramandato un così immenso complesso di sepolcri sia per mole che per ricchezza. Essi amavano molto la vita e rifiutavano ostinatamente il concetto di morte ed è per questo che cercavano di renderla il più simile possibile anche nell'aldilà. Come sappiamo l'uomo aveva molte anime e quando moriva esse riprendevano la loro indipendenza e ritornavano nel regno di Osiride. Tra tutte le anime

- Il Sahu ( corpo spirituale )
- Il Khu ( spirito )
- La Ba ( anima )
- Il Ka ( il doppio )
- Il Sekhem ( potere )
- L'Ab ( sentimenti )
- Il Khaibit (l'ombra )
- Il Ren ( nome )
- Il Khat (corpo fisico )

il Ka, ovvero il doppio di ogni essere umano, era la più importante. Infatti è l'unica che rimaneva "fedelmente" in stretto rapporto con il defunto. Per questo era essenziale che il corpo doveva essere preservato altrimenti anche il Ka si sarebbe dissolto. Al fine di evitare questo caso terribile, nel sepolcro, insieme alla mummia, si poneva una statua del defunto che ne avrebbe fatto le sue veci. Inoltre, per evitare che il corpo andasse distrutto, preservandolo dalla decomposizione, si cominciò ad utilizzare la mummificazione, che dapprima piuttosto grezza divenne sempre più accurata con il passare dei secoli : le parti più facili al deperimento ( cervello, occhi, cuore ) dopo un accurato lavaggio venivano posti in quattro vasi detti canopici che rappresentavano simbolicamente i quattro figli di Horo : Hapi ( una scimmia ), Amset ( uomo ), Duamtef ( sciacallo ) e Kebehsenuf ( falco ). Tutte le parti flosce venivano riempite con diversi materiali ed infine il corpo veniva cosparso di unguenti e profumi e accuratamente fasciato con bende e lini. Pronta per il rito funebre la mummia veniva posta in una bara che più avanti assunse forme antropomorfe. Nelle tombe venivano posti tutti gli oggetti che erano stati utilizzati in vita dal defunto e le pareti venivano adornate con meravigliosi dipinti e rilievi dove non si parlerà mai di morte ma piuttosto tutte le azioni che defunto aveva fatto in vita oppure tutto quello che il morto avrebbe incontrato nell'aldilà. All'inizio i sepolcri non erano altro che profonde buche che dopo la cerimonia funebre venivano richiuse con sabbia e macerie per nasconderle ad eventuali ladri. La forma e la dimensione di questi sepolcri fu, durante i secoli, sempre in costante evoluzione. Con il primo uso dei mattoni e della pietra nacquero le prime mastabe dove attorno a queste sorsero immensi cimiteri e templi religiosi.Poi, forse dovuto al fatto della maggiore ricchezza che circolava nel paese, le mastabe assunsero dimensioni sempre più maestose fino ad arrivare alle piramidi che comunque rimasero soltanto ed esclusivamente tombe reali o tutt'al più ( in forma minore ) tombe di parenti o alti funzionari. Di nuovo parlando di dei possiamo considerare il dio Sole il vero dio dell'Egitto che, secondo l'antica tradizione, si manifestava sotto diversi aspetti :

Ra
Raffigurato con la testa di un falcone è il più grande di tutti gli dei. Il suo culto era ad Eliopoli.
Ptah
Raffigurato come una specie di mummia è il patrono degli architetti, scultori e artigiani.
Il suo culto era a Menfi.
Amon
Il più ricco ed il più recente di tutti gli dei è come Ra ( il sole ). Dio di Tebe e poi dell'Egitto.
Horo
Il sole nascente. Il centro del suo culto era a Edfu.

Particolarità degli dei egizi è che ad ognuno di essi ero associato ad un animale la cui immagine era considerata l'immagine vivente del dio. Così, nei templi dedicati agli dei, generalmente si usava adibire un apposito recinto dove alloggiava l'animale la cui specie era stata assunta dal dio per vivere in terra in mezzo agli uomini. Per esempio ad Amon era associato il montone, a Ra e Ptah ( o Osiride ) il toro, a Bast il gatto, ad Anubi lo sciacallo, a Thot l'ibis od il babbuino, a Sobk il coccodrillo, ad Horo lo sparviero e così via.

Un altro posto importante era occupato dalla magia che per gli antichi egizi era importantissima se legata al culto dei morti. Le formule magiche fanno parte integrante di qualsiasi arredo funebre : la mummia, all'interno dei diversi strati di bende conteneva sempre amuleti magici per esorcizzare qualsiasi eventualità, negli scritti posti accanto alla mummia ci sono le formule magiche per "attivare" tutti gli amuleti. Nelle tombe, qualsiasi segno geroglifico che possa danneggiare il defunto viene dimezzato. Il cuore, per esempio, veniva sempre sostituito da uno scarabeo di pietra, simboleggiante il sole.

Tutta la pratica religiosa veniva rigorosamente affidata ai templi : sia di carattere funerario sia quella dedicata esclusivamente agli dei. Il primo poteva avere le forme più varie e non necessariamente doveva sottostare alle regole tradizionali ( in genere veniva costruito vicino alla tomba o alla piramide e serviva solo al culto del morto ). Il tempio dedicato agli dei era invece sempre costruito in una forma ben definita. Al centro le stanze in cui abitava il dio o gli dei ( il sancta sactorum ). Seguivano le abitazioni dei sacerdoti, le sagrestie ed i magazzini. Via via che ci si spostava verso l'esterno troviamo le parti accessibili al pubblico ed un grande cortile, dove nelle cerimonie più sfarzose, il dio veniva mostrato. Intorno a tutto questo enorme complesso veniva eretto un muro per isolarlo da tutto il resto. La parte centrale non poteva essere modificata in alcun modo mentre tutto il resto del tempio poteva prevedere successivi ampliamenti : nuove cappelle, statue, obelischi o altre nuove sale. Praticamente l'ingrandimento, per questioni d prestigio, poteva proseguire all'infinito fino a raggiungere dimensioni colossali; comunque tutti gli ampliamenti rimanevano generalmente a se stanti e il vero fulcro del tempio rimaneva esclusivamente il sancta sactorum. La statua del dio, a cui il tempio era dedicato, era generalmente di legno dipinto con gli occhi in pietre dure, ornamenti d'oro e d'argento e di grandezza limitata per poter essere portata in processione. Come abbiamo detto il suo posto all'interno del tempio era nel sancta sactorum dove soltanto alcuni sacerdoti avevano libero accesso. Essi si preoccupavano dell'immagine del dio, profumando la statua, cambiando gli abiti e offrendo cibi e bevande. E' stato constatato che il tempio aveva una propria amministrazione e autonomia. A capo di tutta l'organizzazione c'era il Gran Sacerdote coadiuvato da un gran numero di ecclesiastici. La carica sacerdotale era elettiva ma con il passare del tempo finì per diventare ereditaria che portò spesso alla incontrollabile potenza di tutta la casta sacerdotale.

Parlando infine della religione popolare possiamo dire che questa era una forma incontrollata di varie tradizioni, infatti in mancanza di un qualsiasi dogma imposto dall'alto, ogni provincia era libera di scegliersi il proprio dio e la propria storia.

il Libro dei Morti

All'inizio del Nuovo Regno la concezione di aldilà venne di nuovo riveduta ed il viaggio del defunto nell'aldilà si basava sulla storia di Osiride, in cui si parlava anche di un giudizio e poi di rinascita in una terra di eterno appagamento.

Dopo l'atmosfera di terrore che circondava i Testi delle Piramidi nell'Antico Regno ed i Testi dei Sarcofagi nel Medio Regno, non si può dire che nel Nuovo Regno i timori di un difficile viaggio per raggiungere l'aldilà e la possibilità di non arrivarci neppure, non erano del tutto scomparsi. Anche in questo periodo nelle tombe, insieme al defunto, si collocarono una serie di formule, che gli sarebbero servite per passare indenne attraverso le varie difficoltà. Queste nuove formule venivano generalmente scritte su papiro e nascoste in statue cave che avevano l'effige del defunto.

Questi scritti geroglifici, che vanno dal Nuovo Regno, oltre al periodo Greco-Romano, fino alla completa scomparsa dell'antico credo religioso, erano belli ed eleganti e la lunghezza del papiro dove venivano trascritti variava da alcuni metri a pochi centimetri.

Dei rotoli che sono stati ritrovati si suppone fossero copie di originali più antichi che venivano immagazzinati e utilizzati su richiesta, quando qualcuno li comprava. In alcuni punti c'erano degli spazi bianchi dove poteva essere inserito il nome del defunto.

Il Libro dei Morti inizia con le formule che accompagnavano il bendaggio della mummia, mentre i sacerdoti mettevano i vari amuleti, che sarebbero serviti a proteggere il morto, in punti ben specifici.
"Tu hai il potere, Iside ! Tu conosci la magia ! Questo amuleto proteggerà quest'anima grandiosa. Allontanerà coloro che vorranno farle del male !"
( Formula 156 )

Quando la mummia era pronta si procedeva con il Rito dell'Apertura della Bocca toccando gli occhi, il naso, le labbra, le orecchie e le mani. Questa fase della sepoltura è ben rappresentata e conservata in alcune tombe reali e nobili ( vedi Tutankhamon ). Durante questo rituale la formula era pressapoco questa.
"La mia bocca è aperta ! La mia bocca è spaccata da Sciu con quella lancia di metallo che usava per aprire la bocca agli dei. Io sono il Potente. Siederò accanto a colei che sta nel grande respiro del cielo."
( Formula 23 )

Dopo altri vari passaggi, per il defunto era ora di presentarsi nella Sala del Giudizio.
"O cuore mio, non testimoniare contro di me ! Non essermi contro durante il Giudizio. Non essermi ostile in presenza di Colui che tiene la bilancia."
( Formula 30b )

Questa formula, incisa sul dorso di uno scarabeo e avvolto tra le bende della mummia, aiutava l'anima ad estrarre il cuore dal corpo e lo presentava agli dei.
Anubi, poneva il cuore su di una bilancia e lo pesava con la piuma di Maet mentre Thot aspettava con la penna in mano, che il cuore venisse giudicato per poi scrivere il verdetto. Se il cuore veniva giudicato colpevole il defunto sarebbe morto per la seconda volta senza nessun'altra possibilità di salvezza ma grazie alla protezione del Libro dei Morti questo non accadeva mai e Osiride avrebbe dichiarato l'anima di "voce sincera" e questa avrebbe raggiunto i suoi antenati nella Terra delle Canne.

di Emilio Mariani (da Internet)


i Faraoni più importanti

Narmer primo faraone: 3200 a.C. circa, che avrebbe poi assunto il nome di Menes, una volta divenuto monarca. Re della parte meridionale dell'Egitto o Alto Egitto conquistò la parte settentrionale o Basso Egitto. Unificato l'Egitto fu anche il primo a portare il tradizionale copricapo, fusione della "Corona Bianca" del Basso Egitto con la "Corona Rossa" dell'Alto Egitto. Di lui conserviamo una tavoletta di scisco celebrante il suo trionfo militare.
Sesostri III (1877-1843): fu un grande generale. Colonizzò la Nubia, che divenne provincia egiziana. Vinse i Libici e per la prima volta nella storia egiziana si spinse in Siria.
Amenemhat III (1843-1797): figlio di Sesostri III, bonificò la regione del Fayum ed estese i traffici commerciali del suo paese fino a Creta e all'Eufrate.
Hatscepsut (1490-1468): regnò ufficialmente insieme al marito Thutmose I e al figliastro Thutmose II, anche se in realtà fu l'unica reggitrice della conduzione dell'Egitto per 22 anni. Donna molta ambiziosa e abile diede all'Egitto un periodo di pace. Di lei conserviamo ancora lo splendido tempio funerario a Deir-el-Bahari.
Thutmose III (1490-1436): fu il più grande faraone d'Egitto dopo Ramsete II. Eclissato in giovane età dalla suocera e matrigna Hatscepsut, rimasto solo sul trono condusse una serie di campagne militari vittoriose sulla costa comprendente gli odierni Israele, Libano, Siria e Giordania (il Retenu). Celebri le sue vittorie contro i Mitanni. I popoli che non furono sottomessi, dovettero comunque versare tributi.
Amenofi IV - Ekhnaton (1367-1350): fu un rivoluzionario in campo religioso. Istituì una sorta di monoteismo mistico, in cui unico dio era Aton, personificazione del disco solare. A lui Amenofi IV dedicò un delicato inno, che ancora possiamo leggere. Sua moglie fu la regina Nefertiti, di cui si conserva una celebre testa in calcare dipinto conservata al museo di Berlino.
Tutankhamon (1347-1339): giovane faraone, genero di Ekhnaton. La sua fama è dovuta al rinvenimento della sua tomba intatta, colma di ricchezze nel 1922 ad opera degli inglesi lord Carnavon e Howard Carter.
Ramsete II (1290-1224): il più famoso dei faraoni. Si scontrò con l'impero ittita, allora al massimo della potenza. La battaglia decisiva avvenne a Qadesh, in Siria, dove il faraone riuscì ad arrestare l'avanzata ittita. Realizzò grandiosi monumenti: i due templi di Abu Simbel, l' imponente cortile, oggi gravemente danneggiato del tempio di Luxor, il Ramesseum di Tebe.
Ramsete III (1182-1151): respinse l'invasione dell'Egitto da parte dei "Popoli del mare", una probabile coalizione di Libici e Achei (questi ultimi giunti sulla costa africana per sfuggire ai Dori). Dopo di lui seguiranno altri otto faraoni con lo stesso nome.


 
Navi fenicie e cartaginesi
Fenici e cartaginesi riuscirono a dettare legge sul mare nel primo millennio a. C. grazie ad imponenti flotte di navi da guerra e commerciali, di cui ora conosciamo molte cose
Per poter svolgere la loro attività commerciale, i Fenici e i Cartaginesi si servirono di navi appositamente attrezzate e particolarmente adatte allo scopo che, se da un lato sfruttavano tutti gli accorgimenti più sofisticati messi a disposizione dalla tecnica navale del tempo, non si discostavano concettualmente molto dai criteri costruttivi in uso nei tempi attuali. Innanzi tutto da menzionare le nave onerarie, chiamate dai greci gauloi, a causa della rotondità delle loro carena, che, con il loro rapporto di 4 a 1 tra lunghezza e larghezza, garantivano la massima stabilità nelle intemperie assieme a un’ottima capacità di carico; seguono poi le navi da guerra, delle differenti classi, dagli agili "avvisi-scorta" alle gigantesche pentere, che, essendo più snelle e filanti, avevano un rapporto di 7 a 1.

Per concludere, sono da citare le imbarcazioni minori che avevano un rapporto analogo a quello delle navi da carico ed erano utilizzate come battelli da pesca o da piccolo cabotaggio oppure erano destinate come scialuppe al servizio delle unità maggiori. Nell’iniziare una descrizione più accurata, ci si perdonerà la terminologia che, pur essendo estremamente tecnica, ci permetterà di illustrare con maggior precisione le navi e ci eviterà delle circonlocuzioni inutili oltre che improprie. È necessario aggiungere, inoltre, che, alla coscienza delle strutture interne dello scafo e dei suoi sistemi costruttivi, ha giovato grandemente la scoperta di alcune navi cartaginesi, affondate nel III secolo avanti Cristo a Punta Scario, nei pressi di Marsala, che, a tutt’oggi, risultano essere gli unici natanti noti, pertinenti certamente a questo ambito culturale.

Le navi onerarie di Cartagine, dunque, erano lunghe tra i venti e i trenta metri, con una larghezza compresa tra i cinque e i sette metri, e avevano tirante d’acqua di circa un metro e mezzo, analogo all’altezza dell’opera morta. Ovviamente, queste misure sono valide per la massima parte delle navi in servizio in quel tempo, ma ciò non esclude, nel casi di unità eccezionale, misure maggiori. Le navi da carico avevano una chiglia estroflessa e tondeggiante che terminava a prora con la ruota e a poppa con il dritto, entrambi molto arcuati e leggermente rientranti. La carena era fortemente convessa ed era protetta, per tutta la superficie dell’opera viva, da un rifascio plumbeo, tenuto assieme con chiodi di rame o di bronzo; tra questo e il fasciame era distesa una coltre bituminosa che contribuiva a rendere stagna la nave.

La linea di galleggiamento, che rappresentava anche la linea di massima espansione della nave, era accentuata da un trincarino estroflesso che, oltre a irrobustire il fasciame, serviva a parare i bordi. Sopra il trincarino e separata da un breve tratto di fasciame, era sistemata la soglia che rappresentava l’estremo limite del pone di coperta e l’origine de parapetto, anch’esso, come del resto tutto il fasciame, composto in prevalenza da corsi disposti longitudinalmente, accostati di taglio e calafatati secondo il sistema "latino". Dal piè di ruota traeva origine la ruota di prua, che culminava con l’akrostolion sormontato da un capione, una sorta di polena che rappresentava una testa di animale, con ogni probabilità un cavallo.

Questo quadrupede, oltre a essere uno dei simboli più comuni a Cartagine, soprattutto sul rovescio delle sue monete, e presente sulla figurazione di una nave rappresentata su una stele cartaginese e sulle ruote dei natanti dei rilievi di Balawat e di Khorsabad. La presenza dell’immagine del cavallo sulle monete e sulle prue delle navi di Cartagine e della Fenicia permette forse di ipotizzare un rapporto, per il momento non meglio certificabile, tra questo animale e le pratiche commerciali in genere. Ma, continuando la descrizione della nave, è interessante notare come, al centro dei masconi, fosse delineato l’oculo, la cui funzione era di "vedere" la rotta e di spaventare gli eventuali nemici. Il dritto di poppa, partendo dal bracciuolo, aveva il medesimo andamento della ruota e culminava con l’aphlaston, composto da un girale con goccia pendente, volta a proravia. All’interno dello scafo, i corsi del fasciame erano appoggiati e imperniati con cavicchi alle ordinate, sulle quali, a loro volta, si appoggiavano i dormienti, che, nelle navi onerarie, non dovevano essere probabilmente più di due per banda.

Sovrapposto ai dormienti inferiori e a copertura della sentina, era sistemato un pagliolo, formato da tavole tenute assieme per mezzo di mortase e tenoni. Tra la carena e il pagliolo era situata la zavorra, costituita da pietrame in schegge ed eventualmente sostituita con sabbia se il carico era costituito da anfore; per attutire gli urti delle pietre contro i corsi, veniva disposta una coltre di fogliame. Lo stesso carico costituiva parte della necessaria zavorra, come è dimostrato indirettamente da una delle navi puniche di Punta Scario, all’interno della quale è stata rinvenuta una certa quantità di pietrame, che, a quanto risulta dalle analisi effettuate, proveniva probabilmente dalla costa settentrionale del Lazio.

Questo rinvenimento, che è stato assunto dagli scopritori come possibile testimonianza dell’origine etrusca della nave, secondo il nostro avviso dimostra che la nave in questione era giunta carica del porto etrusco e che, una volta scaricati i prodotti importanti e che non essendovi nulla da caricare per il viaggio di ritorno, la sua zavorra era stata sostituita con del pietrame locale. Al di sopra della stiva era il ponte di coperta, appoggiato ai dormienti superiori e, molto probabilmente, sorretto anche per mezzo dei bagli. A poppa e a prua si ergevano il cassero e il castello, quest’ultimo spesso con un parapetto a battagliola, mentre, come si è detto in precedenza, il ponte di coperta e il cassero erano forniti di un parapetto normale, posto a continuazione del fasciame. A proravia del cassero era sistemato, talvolta, un casotto di rotta che certamente doveva essere utilizzato dal pilota come riapro durante le tempeste. In concomitanza con l’anca di sinistra, veniva sistemato il governale, composto da un’anima e da due pale asimmetriche con spalla concava, che era assicurato al capo di banda uno stroppo.

L’unico mezzo di propulsione di questo tipo di navi era la vela, fissata a un pennone brandeggiabile sull’unico albero, che era mantenuto in posizione verticale nella scassa con un doppio strallo a prua, con un paterazzo a poppa e con due o più sartie su ciascun bordo. Le manovre correnti erano costituite da una o più drizze, che servivano a issare il pennone, e da un certo numero di caricamezzi che servivano a imbrogliare e a bordare la vela. Questa, del tipo detto quadro, era in realtà più larga che alta e, bracciando il pennone e usando opportunamente i caricamezzi, le si permetteva di prendere vento e di utilizzarlo con andature dal fil di ruota fin quasi al traverso. Antistante il casotto di rotta, si ergeva una capra che, con ogni evidenza, doveva sostenere il pennone, quando veniva ammainato, o l’albero, che veniva abbattuto durante il rimessaggio invernale.

La navigazione aveva luogo soprattutto nel periodo compreso tra marzo e novembre, con una sosta nei mesi invernali. Le navi onerarie venivano varate dalle cale all’inizio della stagione, dopo i necessari lavori di manutenzione, quali i calafataggio e la sostituzione delle manovre deteriorate, e non venivano tirate più in secco se non all’arrivo delle intemperie invernali. È infatti impensabile che i fenici usassero tirate a secco le loro navi a ogni sosta, come è stato proposto altrove. È noto, in realtà, che le navi da trasporto erano servite da un equipaggio non superiore ai venti uomini, più che sufficienti per la manovra di una nave oneraria, il cui unico mezzo di propulsione era, come si è detto in precedenza, la vela, ma non certamente in grado di alare, sia pure con l’aiuto delle falanghe, un peso oscillante tra le trenta e le cinquanta tonnellate, per di più non comprensive del carico eventualmente imbarcato. Le operazioni di alaggio venivano dunque effettuate solo in occasione di soste molto prolungate o per manutenzioni straordinariamente al termine della stagione estiva.

Il linguaggio della costruzione navale, antico e attuale
 
Alaggio L’insieme delle operazioni tendenti a portare in secco una nave 
Anima  Trave verticale del governale sulla quale si innestano le pale 
Baglio  Trave leggermente arcuata che collega le fiancate della nave e sorregge i ponti 
Bracciuolo  Trave sovrapposta al punto di sutura tra la chiglia e il dritto e tra chiglia e ruota 
Capo di banda  Trave longitudinale posta alla sommità del parapetto, ove terminano le coste 
Capra  Struttura lignea, composta da più travi variamente disposte, che costituisce il supporto su cui vengono poggiati il pennone e l’albero non operanti 
Castello  Struttura lignea praticabile, posta a prora e dominante il ponte di coperta 
Costa  Trave perpendicolare alla chiglia che, traendo origine da questa, segue, opportunamente sagomata, l’andamento curvilineo del fasciame e raggiunge il capo di banda; l’insieme delle coste costituisce l’ossatura del fasciame; sinonimo di ordinata 
Cubia  Orifizio praticato nel fasciame prossimo alla prora per favorire il passaggio della catena o della cima dell’ancora 
Dormiente  Trave longitudinale, aderente alle coste, che sostiene i bagli e i ponti 
Dritto  Trave verticale che prosegue la chiglia nell’estrema poppa sostiene il fasciame 
Drizza  Cima corrente, necessaria per issare il pennone sull’albero 
Falanga  Trave mobile che viene posta sotto la chiglia durante il varo o l'alaggio 
Ginocchio  Parte centrale del remo che si appoggia allo scalmo 
Girone  Rigonfiamento del remo prossimo all’impugnatura 
Governale  Remo di governo, anticamente usato al posto del timone e collocato lateralmente rispetto al dritto 
Gru del capone  Sporgenza lignea situata sul capo di banda, in prossimità del mascone 
Impavesata  Parte del fasciame compresa tra il capo di banda e la soglia, necessaria per proteggere l’equipaggio operante sul ponte; nelle navi mercantili viene detta parapetto 
Manovra corrente  Cima mobile utilizzata per le manovre dei pennoni e delle vele 
Manovre dormiente  Cima fissa avente lo scopo di tenere saldamente imposizione l’albero 
Mascone  Parte esterna del fasciame compresa tra la ruota, la chiglia e il capo di banda; ai masconi, posti ai lati della prora, sono contrapposte le anche, che occupano la medesima posizione a poppa 
Mortasa  Foro rettangolare praticato sulla costa di una tavola e destinato ad alloggiare il tenone 
Oculo  Grande occhio apotropaico raffigurato sui masconi e destinato a seguire la rotta e a incutere paura al nemico 
Opera morta  Parte dello scafo emergente 
Pala  Estremità del remo aderente al ginocchio e opposta al girone 
Paterazzo  Manovra dormiente che dalla testa dell’albero raggiunge l’estrema poppa 
Pentecontera  Nave con un solo ordine di rematori, applicati a venticinque remi per ciascuna banda 
Pentera  Nave con un solo ordine di remi, a ciascuno dei quali sono disposti cinque rematori; ogni banda è fornita di trenta remi 
Ruota  Trave unita alla chiglia nell’estremità anteriore di questa 
Sartia  Manovra dormiente che dalla testa dell’albero raggiunge il capo di banda 
Scassa  Foro verticale praticato a metà circa delle chiglia, necessario per inserirvi l’estremità inferiore dell’albero 
Soglia  Trave parallela al trincarino che corre da prora a poppa e costituisce il limite inferiore dell’impavesata 
Spalla  Margine esterno della pala del governale 
Strallo  Manovra dormiente tesa tra testa d’albero ed estrema prora 
Stroppo  Congegno che permette di assicurare l’anima del governale al capo di banda 
Tenone  Saliente ligneo praticato sulla costa di una tavola e destinato ad inserirsi nella mortasa 
Tetrera  Nave con un solo ordine di remi, ai quali sono disposti quattro rematori per ciascuno; ogni banda è fornita di trenta remi 
Tirante d’acqua  Altezza dello scafo al di sotto della linea di galleggiamento 
Triera  Nave con tre ordini di remi disposti a scalare, con un rematore per ciascun remo 
Trincarino  Trave longitudinale che corre sulla fiancata lungo la linea di galleggiamento, da prora a poppa 
Varo  L’insieme delle operazioni tendenti a portare in acqua una nave 


La sequenza storica di Fenici, Greci, Etruschi, Romani nel mediterraneo occidentale

Nell'VIII secolo a.C. il Mediterraneo occidentale era controllato da Fenici, Greci, Etruschi e successivamente, a partire dal III secolo, anche dai Romani. I Fenici, come è noto, provenivano dalla regione costiera a Nord della Palestina, regione corrispondente all’attuale Libano. Non ci fu mai uno stato fenicio, come non ci fu mai uno stato greco: il paese, anche in questo caso, era diviso in città-stato, fra le quali primeggiavano Biblo, Sidone e Tiro. La stretta striscia costiera pianeggiante non avrebbe di per sé permesso alla popolazione di trarre le risorse necessarie alla sopravvivenza. Quindi lo sfruttamento del mare rappresentò una soluzione quasi obbligatoria e senz’altro vantaggiosa; inoltre le ampie zone boschive dell’entroterra fornivano legname in abbondanza per la costruzione delle navi.
Così, i Fenici, essendo abili commercianti ed esperti navigatori, fondarono numerose colonie, da Cipro fino alle coste africane, alla Sicilia, Sardegna e Spagna. Ben presto i Fenici dovettero fare i conti con la concorrenza greca per battere la quale si allearono agli Etruschi. Verso la metà del VI secolo, nel 537 a.c., nella battaglia di Alalia i Greci vennero sconfitti e da allora gli Elleni non riuscirono più a penetrare nel Mediterraneo nord-occidentale che venne spartito tra Fenici ed Etruschi. Questi ultimi sono un popolo di incerta origine stanziato nella penisola italica, tra la Toscana e il Lazio settentrionale. Secondo lo storico greco Erodoto essi sarebbero giunti dall’Asia Minore, secondo altri sarebbero originari dell’Europa Centrale, secondo gli storici contemporanei invece gli Etruschi si sarebbero formati in Italia mediante la graduale assimilazione delle genti abitanti tra l’Arno e il Tevere.
Anche gli Etruschi erano organizzati in città-stato, riunite in una confederazione di carattere religioso comprendente dodici città. Essi bonificarono la Maremma, svilupparono una fiorente industria e attivissimi commerci. Nel periodo della loro maggiore potenza (secoli VII-V a.c.) raggiunsero la Pianura Padana, dove fondarono Felsina (Bologna), Marzabotto, Adria, Spina, Modena, Parma, Piacenza, Mantova; a sud conquistarono Roma (periodo dei Tarquini, ultimi tre re di Roma), spingendosi oltre il Tevere, dove però incontrarono la resistenza dei Sabini e dei Greci.
Il loro declino ebbe inizio verso la metà del VI secolo a.c. con la cacciata dei Tarquini da Roma.Ma verso la fine del IV secolo un altro popolo cominciò ad espandersi: i Romani.
Roma da modesto villaggio sorto su alcune alture lungo la riva sinistra del Tevere si era via via ingrandita, sino a dominare l’intero Lazio. Dal 343 al 290 a.c. le truppe romane si scontrarono con i Sanniti, una popolazione bellicosa insediatasi nelle zone montuose dell’Appennino meridionale. Roma, spesso in difficoltà, subì la sua più grave sconfitta nel 321 a.c. alle Forche Caudine, ma alla fine riuscì ad imporre la propria superiorità assicurandosi il controllo dell’Italia centrale all’inizio del III secolo.
In seguito i Romani riuscirono ad affacciarsi anche sul Mar Adriatico costituendo lo stato territorialmente più esteso della penisola italica. Consolidata la propria sicurezza, la classe dirigente romana riuscì intensificò i rapporti anche con le colonie greche dell’Italia meridionale.
Nel 182 a.c. Roma inviò una piccola flotta nel Golfo di Taranto e insediò alcuni contingenti militari a Reggio, Locri, Crotone; un simile gesto costituiva un’infrazione al trattato che essa aveva in precedenza stipulato con Taranto, con la quale si era impegnata a non entrare in concorrenza. Taranto distrusse facilmente la flotta romana; poi, preoccupata dell’inferiorità del proprio esercito, chiese l’intervento di Pirro, un sovrano ellenistico, abile stratega.
Sbarcato in Italia, Pirro affrontò l’esercito romano in due battaglie e ottenne altrettante vittorie, ma privo di appoggi da parte delle popolazioni locali fu a sua volta sconfitto dai Romani nei pressi di Benevento decidendo così di lasciare l’Italia. Tutto ciò facilitò i Romani che costrinsero Taranto alla resa e alla cessione di alcuni territori. Roma si trovò, pertanto, a controllare il mondo delle poleis della Magna Grecia , sempre più vicina alla zona d’influenza punica.
Dalla nascita della Repubblica fino al III secolo a.c. i rapporti che Roma ebbe con Cartagine furono amichevoli, poiché le due città avevano in precedenza stipulato trattati di collaborazione, in base ai quali le due città si erano spartite le reciproche zone di influenza. Ma dal momento che Roma aveva fatto propri gli interessi commerciali delle colonie greche nell’Italia meridionale, principali antagoniste di Cartagine, lo scontro tra le due potenze si profilava inevitabile: questa l’origine delle guerre puniche.

(a cura di Monica Cremonini ed Elisa Zanichel)

Roma-Cartagine: la spartizione del mediterraneo occidentale

La conclusione della guerra con Taranto permise a Roma di entrare in contatto con la Magna Grecia e di controllare politicamente il mondo delle poleis, ricche per i loro commerci che spaziavano in tutto il Mediterraneo. Nel III secolo a.c. una delle città più prospere e potenti del mondo antico era Cartagine che controllava un impero commerciale vastissimo. Essa era situata al centro di un ampio golfo della costa nord-africana e da qui dominava le rotte commerciali che collegavano l’uno all’altro i più ricchi centri commerciali del Mediterraneo.

Nel corso dei secoli precedenti i Cartaginesi avevano cercato con successo di impadronirsi delle regioni più adatte alla fondazione di scali commerciali: infatti conquistarono solo le zone costiere tralasciando l’entroterra. I Cartaginesi si assicurarono il monopolio del commercio dei metalli grazie alle loro navi, le uniche che riuscivano ad oltrepassare lo stretto di Gibilterra giungendo sino alle coste dell’Africa centro-occidentale dove trovavano oro ed avorio. L’economia cartaginese non era basata però solo sul commercio marittimo, l’agricoltura e l’artigianato era due voci altrettanto importanti.

LA PRIMA GUERRA PUNICA
Si è soliti chiamare "guerre puniche" gli scontri avvenuti tra Romani e Cartaginesi a partire dal 264 sino al 146 a.c. Prima di allora Roma, potenza terrestre, e Cartagine, potenza marittima, non si erano mai urtate. Anzi, esse avevano rafforzato i loro già buoni rapporti con il trattato del 348 a.c. in base al quale avevano costituito un’alleanza politica in funzione anti-greca. Ma, una volta superato il pericolo greco, la rivalità si accese proprio tra Romani e Cartaginesi per il controllo del Mediterraneo.

La prima guerra punica fu causata dall’aiuto prestato dai Romani ai Mamertini, soldati mercenari che avevano occupato le città di Messina e contro i quali si era mossa Siracusa e la sua alleata Cartagine. Roma in breve tempo ottenne i primi risultati: la conquista di Messina e una nuova alleanza con Siracusa, allontanata in questo modo da Cartagine.
La guerra fu combattuta prevalentemente sul mare; Roma si dotò appositamente di una flotta, costituita da navi munite di corvi (ponti per l’abbordaggio della navi nemiche che permettevano di combattere corpo a corpo). Grazie a questo stratagemma, i Romani riportarono vittorie a Milazzo (260), a capo Ecnomo (256) e infine, nello scontro decisivo alle isole Egadi (241).
La prima fase della guerra romano-punica si concluse con il pagamento da parte dei Cartaginesi di un’indennità e con la perdita della Sicilia e della Sardegna, che nel 238 diventarono le prime province romane.

LA SECONDA GUERRA PUNICA
Cartagine, per rifarsi della sconfitta, cercò un compenso in Spagna, di cui sfruttò le ricche miniere di argento e dove arruolò 25.000 uomini, formando così un esercito ai comandi del giovane comandante Annibale. Egli, assediando ed espugnando la città alleata dei Romani, Sagunto, scatenò l’ira di questi ultimi che dichiararono guerra alla rivale (219).
Il condottiero cartaginese, dopo una marcia forzata attraverso le Alpi, giunse nel 218 nella Pianura Padana dove ottenne l’appoggio dei Galli da poco sottomessi al dominio Romani e già desiderosi di liberarsene. Annibale continuò la sua avanzata verso l’Urbe sconfiggendo l’esercito nemico prima sul fiume Ticino, poi sul fiume Trebbia e infine presso il lago Trasimeno. A questo punto Annibale non puntò direttamente su Roma, ma aggirandola si diresse verso sud, dove forse contava di suscitare altre defezioni tra gli alleati dei Romani.
A Canne, in Puglia, nel 216 i Romani subirono una delle più disastrose sconfitte della loro storia, eppure i Cartaginesi non seppero approfittare della vittoria; riuscirono a portare dalla loro parte solo poche città greche (Taranto, Capua, Siracusa), inoltre avevano subito pesanti perdite di uomini e avevano il costante problema dei rifornimenti.

Così Roma ebbe il tempo per riprendersi, per riconquistare le città alleate passate al nemico e per portare la guerra direttamente in Africa. Nel 202 il condottiero romano Scipione l’Africano sconfisse Annibale a Zama. La città punica dovette pagare una pesante indennità di guerra e rinunciare alla Spagna e a gran parte della sua flotta.

LA TERZA GUERRA PUNICA
Dopo il 202, lentamente Cartagine si era risollevata dal trauma della sconfitta; Roma temendo la ripresa economica della città avversaria cercava un pretesto per attaccarla di nuovo. Così, quando nel 149 Cartagine reagì alla provocazione del re di Numidia, Massinissa, che cercava di espandersi a danno dei suoi territori, il pretesto fu trovato. I romani decisero di intervenire a favore di Massinissa, loro alleato. L’assedio di Cartagine durò tre anni, dal 149 al 146 a.c., quando infine il centro punico fu raso al suolo e i 50.000 superstiti furono ridotti in schiavitù.

I Romani ottennero il controllo di tutto il Mediterraneo occidentale ed anche il primato nella potenza navale.

(a cura di Stefano Calzati. Giacomo Calamai, Davide Torre)


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