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e AMBIENTE
NOTIZIARI, RICERCHE, STUDI, RAPPORTI |
in questa
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Desertificazione
- Fratello Eufrate - Genoma unamo
- Effetto serra - Il
mutevole Mediterraneo - Ecosistemi marini,
come salvarli - Aree marine protette
- Genetica vegetale - Novità
dal mondo
LA
LOTTA ALLA DESERTIFICAZIONE IN ITALIA
E
NEL BACINO DEL MEDITERRANEO
di MAURIZIO
SCIORTINO, NICOLA COLONNA, VINCENZO FERRARA, SERGIO GRAUSO, MASSIMO IANNETTA,
AUGUSTA SVALDUZ*
ENEA
- Divisione Ambiente Globale e Mediterraneo - Divisione Biotecnologie e
Agricoltura
(tratto
dal n°2/2000 di EAI-Energia Ambiente Innovazione, Bimestrale dell'ENEA,
nell'ambito della collaborazione tra Comen ed Enea per la divulgazione
culturale-scientifica)
Non è
un caso che il termine “desertificazione”
appaia sempre più spesso sulle pagine dei giornali e nei programmi
della UE e dei paesi del Mediterraneo: L’Europa meridionale è infatti,
secondo l’UNEP (United Nations Environment Programme), una delle aree del
pianeta percentualmente più interessate da fenomeni di degrado e
desertificazione, di cui sono invece largamente noti gli effetti in continenti
come Africa ed America Latina. Per porre freno ad un fenomeno di proporzioni
allarmanti che non riguarda solo aree depresse o spopolate, ma anche il
ricco “primo mondo”, le Nazioni Unite hanno promosso una Convenzione per
la Lotta alla Desertificazione e alla Siccità (per brevità
chiamata UNCCD), ratificata fino ad oggi da 160 paesi.
L’Italia ed alcuni paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo
(Portogallo, Spagna, Grecia, Turchia) hanno dato vita in seno alla UNCCD
ad uno speciale accordo per l’applicazione e la promozione delle convenzioni
in ambito regionale, il cosiddetto annesso IV.
La Convenzione definisce la desertificazione come “il degrado delle
terre aride, semi-aride e sub-umide secche attribuibile a varie cause,
fra cui le variazioni climatiche e le attività umane”. Tale definizione
contiene alcuni concetti chiave di carattere profondamente innovativo:
- le cause possono essere sia di origine naturale sia di origine
antropica;
- il degrado viene inteso non solo come perdita delle caratteristiche
biochimico-fisiche, ma anche della redditività economica;
- le terre aride, semi-aride, sub-umide secche individuano le aree
del pianeta maggiormente vulnerabili che, pertanto, richiedono interventi
urgenti.
Le cause ed i
processi di desertificazione
L’Italia è, come gli altri paesi che si affacciano sul bacino
del Mediterraneo, un paese a rischio di desertificazione: le cause di origine
naturale e di origine antropica che contribuiscono a determinare il degrado
del suolo in questa area mediterranea sono infatti le stesse, sia pure
agenti in misura diversa caso per caso (figura 1).
I processi degenerativi si verificano in modo particolare laddove sussistono
fattori predisponenti legati a tipologie territoriali e caratteristiche
ambientali, quali:
| ecosistemi fragili | tutte quelle aree caratterizzate da delicati equilibri bio-fisici, quali ambienti di transizione, lagune e stagni costieri, aree dunari e retrodunari, aree calanchive etc. |
| litologia | formazioni sedimentarie argilloso-sabbiose etc. |
| idrologia | aree di ricarica degli acquiferi, falde superficiali, aree costiere etc. |
| pedologia | scarsa profondità dello strato pedogenetico, mancanza di struttura, scarso contenuto di sostanza organica, scarsa permeabilità etc. |
| morfologia | forte acclività, esposizione dei versanti agli agenti atmosferici etc. |
| vegetazione | terreni privi o con scarsa copertura vegetale etc. |
| aree già compromesse | aree disboscate o percorse dal fuoco, aree già sottoposte ad attività estrattive, discariche, siti contaminati etc. |
| CAUSE | NATURALI
- Variazioni climatiche
ANTROPICHE
|
| CAUSE
di processi di degradazione di SUOLO e ACQUA |
Erosione
dei suoli
Perdita di sostanza organica Salinizzazione Contaminazione Inquinamento Perdita di biodiversità |
Le cause naturali
Tra le cause naturali vanno considerati alcuni fenomeni di origine
climatica direttamente legati alle caratteristiche delle precipitazioni,
ossia la frequenza di eventi di siccità e l’erosività della
pioggia stessa.
L’aridità è una caratteristica climatica determinata
dalla contemporanea scarsità della pioggia (aree con precipitazioni
annue dell’ordine dei 200-400 mm) e dalla forte evaporazione che sottrae
umidità ai terreni. La siccità è invece un fenomeno
che colpisce anche aree non aride quando le precipitazioni sono sensibilmente
inferiori ai livelli normalmente registrati: tale eventualità può
determinare condizioni di degrado del territorio producendo danni alle
attività produttive agrarie e zootecniche.
Mentre infatti gli ecosistemi naturali hanno, generalmente, la necessaria
resilienza per superare periodi di siccità, i settori produttivi
che dipendono da un costante apporto di acqua possono essere danneggiati.
La siccità nelle zone aride può inoltre rompere il fragile
equilibrio fra risorse ambientali e attività produttive portando
crisi alimentari, abbandono di territori e perfino migrazioni e conflitti.
I recenti studi sul sistema climatico globale condotti soprattutto
in ambito IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) hanno messo
in evidenza che il clima del nostro pianeta sta subendo, soprattutto in
questi ultimi decenni, alcuni cambiamenti che potrebbero portare, se le
attuali tendenze di sviluppo socio-economico e di uso delle risorse naturali
non venissero modificate, a trasformazioni profonde ed irreversibili sia
dell’ambiente che della stessa società umana nei prossimi 50-100
anni.
Allo stato attuale delle conoscenze scientifiche e sulla base dei più
recenti risultati acquisiti dall’IPCC si sa che la temperatura media globale
del nostro pianeta è aumentata di un valore compreso fra 0,4 e 0,8
°C a partire dalla fine del 1800. I più rilevanti aumenti di
temperatura sono avvenuti principalmente in due periodi:
– nel periodo compreso fra il 1910 e il 1945;
– nel periodo attuale che va dal 1976 ai giorni
nostri.
Il riscaldamento globale del primo periodo (1910-45) è stato
concentrato, in modo molto marcato, soprattutto nella regione del nord
Atlantico (inclusa Europa e nord America). In questa regione ha fatto però
seguito tra il 1946 ed il 1975 un persistente raffreddamento, non riscontrato
in altre parti del pianeta.
Nel secondo periodo (tra il 1976 ed oggi) il maggior riscaldamento
ha riguardato complessivamente tutto l’emisfero nord, ma in particolare
le medie ed alte latitudini delle zone continentali. Il riscaldamento dell’emisfero
sud si è manifestato, invece, in modo molto meno marcato. Per quanto
riguarda le precipitazioni è stato valutato che le precipitazioni
totali annue sono in aumento soprattutto nell’emisfero nord e particolarmente
nelle regioni delle medie ed alte latitudini.
Nell’emisfero sud, invece, non si notano variazioni significative,
nè tendenze in atto. Infine, nelle regioni subtropicali vi è
una chiara tendenza alla diminuizione, tendenza che coinvolge anche le
regioni limitrofe delle medie latitudini. In effetti, i fenomeni di aumento
della siccità sono particolarmente evidenti nella regione del Sahel
(dove a partire dal 1970 si è sempre di più aggravata), nell’Asia
orientale e nel sud Africa. Aumento dei fenomeni siccitosi si è
avuto anche in aree limitrofe, quali la parte più estrema del sud
Europa e la parte meridionale degli Stati Uniti. Tuttavia, in tutte queste
aree, molti dei fenomeni siccitosi derivano anche dal comportamento anomalo
di un fenomeno meteo-oceanografico periodico noto con il nome di “El niño”.
Per quanto, infine, riguarda gli eventi meteorologici estremi, le valutazioni
dell’IPCC mostrano che nelle regioni del pianeta dove le precipitazioni
totali annue sono in aumento, risultano in aumento anche la frequenza delle
piogge a carattere alluvionale.
In particolare, in questa zone le piogge tendono in generale ad avere
un’intensità maggiore ed una durata minore. Tuttavia, ci sono anche
delle eccezioni come le regioni dell’Asia orientale, dove pur essendo le
precipitazioni totali annue in diminuizione, sono invece in aumento i fenomeni
di precipitazioni estreme a carattere alluvionale.
Se focalizziamo l’attenzione sull’Europa, ed in particolare sul sud
Europa ed i paesi mediterranei, gli estremi meteorologici attuali già
stanno producendo conseguenze sull’ambiente naturale e sui sistemi economici
e sociali. La rilevanza di tali conseguenze dipende dalla sensibilità
e dalla vulnerabilità che tali sistemi hanno rispetto ai cambiamenti
climatici. In alcuni casi, tali conseguenze si aggraveranno, in altri si
attenueranno. Le valutazioni che seguono cercano di fornire un quadro complessivo
in tal senso.
1) La attuale, ed ancora più futura, pressione antropica sulle risorse idriche, ed in particolare il loro uso e la loro gestione, tenderà a diventare più acuta con i cambiamenti climatici. Nell’ipotesi di una diminuizione degli apporti meteorici, e di un aumento del tasso di evapotraspirazione, aumenteranno infatti i rischi di insufficiente disponibilità di risorse idriche, in particolare nel sud Europa e nell’area mediterranea. I cambiamenti climatici, così come preconizzati da alcuni modelli, tenderanno ad aumentare le differenze tra nord e sud Europa (eccesso d’acqua nel nord Europa, mancanza d’acqua nel sud Europa). Qualcosa di simile potrebbe accadere anche fra Italia settentrionale ed Italia meridionale.
2) La qualità dei suoli tenderà a deteriorarsi in tutta l’Europa. In particolare nel nord Europa il deterioramento potrà essere provocato principalmente dai fattori antropici di degrado (quindi contaminazione, perdita di sostanza organica, destrutturazione o compattazione del suolo etc.), mentre al sud i cambiamenti climatici in senso arido svolgeranno un ruolo importante, se non prevalente.
3) L’aumento della temperatura media e la crescita delle concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera possono cambiare gli equilibri degli ecosistemi naturali con modifiche anche nel paesaggio. La vegetazione e gli ecosistemi naturali più tipici dell’area mediterranea tenderanno a spostarsi verso il centro Europa, così come le foreste di conifere e quelle tipiche boreali delle medie latitudini potrebbero prendere il posto della tundra presente attualmente alle più alte latitudini dell’Europa. Nell’area mediterranea, invece, tenderanno sia ad aumentare gli incendi boschivi sia a crescere i rischi di modifica degli ecosistemi e della biodiversità attuale. Le conseguenze si ripercuoteranno anche sulla fauna e soprattutto su quella migratoria.
4) Sempre secondo l’IPCC, l’aumento di anidride carbonica in atmosfera potrebbe portare ad un aumento della produttività agricola soprattutto del nord e del centro Europa, compresa l’Italia settentrionale. Nel sud Europa (ed in particolare Italia meridionale, Spagna e Grecia), invece, un effetto opposto. Complessivamente, a livello europeo non vi sarebbero modifiche significative nella produttività agricola totale, ma soltanto una diversa distribuzione delle capacità produttive. Infatti il nord Europa, con i cambiamenti climatici riceverebbe degli effetti positivi, mentre il sud Europa e l’area mediterranea, al contrario, degli effetti negativi che tenderebbero a bilanciarsi.
5) L’aumento del livello del mare, conseguente ad un aumento della temperatura globale e, quindi, ad uno scioglimento, sia pure parziale, delle calotte glaciali, comporterà maggiori rischi per le zone costiere europee del Mediterraneo. In particolare, gli effetti più evidenti si avranno nella perdita delle zone umide costiere, nell’aumento dell’intrusione di acqua salata marina nelle falde costiere di acqua dolce, con conseguenze sulla qualità delle locali risorse idriche e quindi sull’agricoltura, ed infine nella marcata erosione e conseguente arretramento delle coste basse e delle spiagge ottenute con opere di difesa o di zone bonificate.
Le cause antropiche
Tuttavia le principali cause di desertificazione sono legate alle attività
dell’uomo e dei suoi comportamenti: agricoltura, zootecnica, gestione delle
risorse forestali, incendi boschivi, industria, urbanizzazione, turismo,
discariche, attività estrattive. In agricoltura i processi di degrado
del suolo sono il risultato dell’uso a volte erroneo dei mezzi di produzione
(fertilizzanti, acqua), delle non corrette pratiche di lavorazione del
terreno e delle modifiche degli ordinamenti produttivi.
Anche la modifica della zootecnica da attività diffusa, di natura
prevalentemente agricola e complementare nell’ambito dell’azienda, ad attività
di tipo industriale separata dai cicli naturali, ha comportato l’abbandono
dei più tradizionali ordinamenti produttivi cerealicoli-foraggeri.
Il passaggio ad ordinamenti esclusivamente zootecnici o cerealicoli ha
avuto profonde ripercussioni, come la diminuizione degli erbai e la diffusione
delle monoculture di frumento, mais, soia e girasole, colture depauperanti
che richiedono una forte reintegrazione degli elementi della fertilità.
Le politiche nazionali ed europee e le regole del mercato hanno influenzato
profondamente gli ordinamenti colturali tradizionali, generalmente ben
attenti al mantenimento della fertilità, imponendo scelte produttive
dettate da criteri economici contingenti, non idonee per determinati ambienti,
e introducendo una spirale di degrado del suolo che può essere fermata
solo ripristinando le colture e le tecniche ristoratrici della fertilità.
Queste politiche hanno portato nel corso degli ultimi dieci anni ad
una riduzione generale del patrimonio zootecnico e ad una sempre più
forte attività di allevamento intensivo. Ciò ha modificato
l’uso del territorio: da una parte si assiste ai fenomeni di inquinamento
a causa della necessità di smaltimento delle deiezioni animali su
superfici spesso troppo limitate; in altre aree si sta verificando la sottoutilizzazione
di pascoli naturali, gradualmente in fase di riconquista da parte del bosco.
Le trasformazioni degli ecosistemi forestali in ecosistemi agricoli
avvenuta in epoche passate, ha predisposto al rischio di degrado le aree
più sensibili dal punto di vista ambientale. Le conseguenze della
deforestazione sono sentite soprattutto in Sardegna, dove attualmente una
risorsa tipica della regione, la quercia da sughero, subisce di anno in
anno un impoverimento, sia qualitativo sia quantitativo, anche per effetto
del ripetersi degli incendi.
Il disboscamento, fra le altre cose, provoca una forte riduzione delle
capacità di ritenzione dell’acqua da parte del suolo e può
essere considerato, quindi, una delle cause antropiche, di esaurimento
delle risorse acquifere. Gli incendi possono influire sulla composizione
e sulla struttura delle comunità vegetali ed animali, condizionandone
la loro evoluzione e la loro perpetuazione. Le alte temperature dovute
al fuoco possono avere effetti negativi anche sulle proprietà fisico-chimiche
del suolo. Possono, ad esempio, cambiare la struttura del terreno rendendolo
meno permeabile e, quindi, più esposto a processi erosivi.
Con l’incendio si formano sostanze idrorepellenti che accelerano lo
scorrimento superficiale e quindi il trasporto solido. Gravi problemi idrologici
si sviluppano pressochè sistematicamente nelle aree bruciate acclivi
nella prima stagione piovosa immediatamente successiva all’incendio.
Nell’ultimo decennio, in Italia si sono perduti più di 600.000
ettari di bosco ed una superficie non boscata ancora maggiore (oltre 800.000
ettari) è stata percorsa dal fuoco. Nel nostro paese gli incendi
avvengono raramente per cause naturali e sono, invece, generalmente provocati
direttamente o indirattamente dall’uomo. Il rischio di incendi può
aumentare in relazione all’abbandono delle pratiche selvicolturali, alla
costituzione di piantagioni monospecifiche (specialmente se resinose) ed
all’urbanizzazione di aree boscate.
Negli ultimi 50 anni sono state realizzate risistemazioni di aree degradate,
con specie vegetali a rapido accrescimento. Sono state impiegate anche
specie esotiche, ma non sempre suolo e clima sono risultati idonei alle
loro esigenze. In questi casi non si è ottenuto il risultato atteso
nè dal punto di vista della produzione di legname, nè riguardo
al recupero degli ecosistemi. Dagli studi condotti in Sardegna (Aru et
al., 1995-98) risulta che con la diffusione delle coltivazioni di queste
specie, nelle aree collinari e montane, si verifica un’erosione più
elevata del terreno e si riduce drasticamente la varietà delle specie
epigee ed ipogee con gravi ripercussioni della biodiversità locale.
Il processo di urbanizzazione incide sul fenomeno di desertificazione
in termini di sottrazione di suoli fertili all’impiego agricolo determinando,
in ultima analisi, la riduzione delle capacità produttive. L’espansione
urbana degli ultimi cinquant’anni non ha tenuto conto dell’attitudine dei
suoli ed ancora oggi si calcola che ogni anno in Italia, per cause diverse,
vengono sottratti alle attività agricole non meno di 30.000 etteri
di terreni ad alta produttività. Casi eclatanti si possono registrare
nella valle dell’Arno, nelle pianure della Campania, nell’hinterland di
Cagliari, nei dintorni di Palermo ed in genere nelle aree costiere, dove
all’espansione urbana ed industriale si è aggiunto lo sviluppo turistico,
con realizzazioni residenziali ed infrastrutturali avvenute spesso in totale
mancanza di pianificazione.
Un processo analogo a quello dell’urbanizzazione, in termini di sottrazione
di risorsa, avviene per effetto della crescente diffusione sul territorio,
soprattutto in certe realtà, di discariche e di attività
estrattive spesso incontrollate. A tali fenomeni sono anche correlati processi
di contaminazione che determinano ulteriori aspetti di degrado.
I processi di
degrado
Le cause naturali ed antropiche di desertificazione portano a processi
degenerativi delle risorse suolo ed acqua. In base ad analisi condotte
su scala regionale, è stato stimato che nel sud Italia una superficie
pari a 3,7 milioni di ettari è attualmente o potenzialmente interessata,
a vario grado, da evidenti forme di degrado. Tra i processi di degradazione
chimica uno dei più gravi e di più difficile soluzione è
quello della salinizzazione delle acque e dei suoli.
In molte regioni d’Italia le pianure costiere, specialmente nelle zone
più prossime al mare, presentano dei notevoli problemi per quanto
riguarda il tenore di salinità dei suoli. L’innalzamento di quest’ultimo
è dovuto alla risalita capillare ed all’utilizzo di acque ricche
in sali, a causa del crescente fenomeno di intrusione di acque marine nei
corpi acquiferi continentali - a sua volta determinato dal massiccio emungimento,
spesso incontrollato, delle acque dolci sotterranee - ed a non corrette
pratiche irrigue. Ciò implica che si irriga con acque via via più
salate, e gli effetti risultano tanto più gravi quanto minore è
la permeabilità del substrato, che non consente una spontanea perdita
dei sali verso gli strati più profondi.
Un altro processo chimico, la contaminazione, riguarda in particolare
le aree industriali, le aree minererie (soprattutto quelle abbandonate)
e le grandi vie di comunicazione. Recenti studi nelle aree minerarie abbandonate
in Sardegna hanno messo in luce il grave fenomeno di inquinamento da metalli
pesanti quali piombo, zinco, cromo, cadmio, etc. Tale contaminazione, riscontrata
nella parte sud-ovest della Sardegna, ove esiste il più grande bacino
minerario d’Italia e del Mediterraneo, interessa in vaste aree corsi d’acqua,
falde, laghi, lagune, suoli e mare raggiunti mediante l’azione del vento
e della pioggia.
L’erosione del suolo, nel territorio italiano, è dovuta principalmente
all’azione dell’acqua, sotto forma di pioggia battente e di scorrimento
superficiale, e solo subordinatamente all’azione eolica. Eventi di pioggia
di forte intensità possono produrre un’azione erosiva nei confronti
della superficie del suolo, specialmente nelle zone soggette a deficit
idrico. L’erosione idrica si manifesta intensamente su terreni privi o
con scarsa copertura vegetale, caratterizzati da forte acclività
e sviluppati su substrati litologici appartenenti a formazioni sedimentarie
argilloso-sabbiose.
Per tale motivo, le aree italiane soggette ad intensi processi di erosione
idrica e di desertificazione sono le aree dell’Italia meridionale ed insulare,
ove sono diffusi litotipi e suoli altamente erodibili, per composizione
ed assetto morfologico, ed il regime climatico è caratterizzato
da un forte contrasto stagionale.
Fattori predisponenti
In alcuni casi, per tipologia o caratteristiche specifiche, gli ambienti
sono maggiormente predisposti ai processi degenerativi sopra menzionati.
Un esempio è la grande fragilità degli ecosistemi presenti
nelle aree mediterranee in cui si accentua il peso dei fattori che possono
portare al degrado. Quest’ultimo inizia con la degradazione della copertura
vegetale, soprattutto nel caso della vegetazione mediterranea. La continuità
e la ricchezza di specie della copertura vegetale sono essenziali in relazione
alla capacità di protezione del suolo. Ad esempio, la macchia fitta,
costituita da un elevato numero di specie e non frammentata, può
offrire una buona protezione al suolo, superiore a quella che ne deriva
da piantagioni artificiali monofitiche.
Un altro esempio di predisposizione è costituito dall’esposizione
dei versanti e dalla pendenza del terreno, che costituiscono un importante
fattore di vulnerabilità del territorio nel contesto climatico e
geomorfologico delle regioni soggette a condizioni di stress idrico. L’esposizione
dei versanti rispetto al sole influisce sul grado di umidità del
terreno e quindi sulla capacità di sviluppare e sostenere un’adeguata
copertura vegetale, che a sua volta esercita un’azione di protezione del
suolo nei riguardi degli agenti erosivi. La pendenza da una parte riduce
la capacità di assorbimento, aumentando così la percentuale
di ruscellamento rispetto alla quantità di precipitazione che si
infiltra nel terreno; dall’altra influisce sull’energia delle stesse acque
di ruscellamento superficiale, aumentandone il potere erosivo nei confronti
del suolo.
Un altro fattore predisponente è la vulnerabilità delle
risorse idriche. L’Italia è un paese potenzialmente ricco d’acqua,
grazie alla presenza di estesi acquiferi calcarei e alluvionali che favoriscono
l’accumulo nel sottosuolo di ingenti risorse, ma la ricchezza di acque
sotterranee è compromessa da un uso dissennato della risorsa, caratterizzato
da prelievi eccessivi e non pianificati, nonchè dall’inquinamento
puntiforme e diffuso di diversa origine (urbana, agricola, industriale,
etc.).
Il fabbisogno idrico complessivo in Italia è pari a circa 32
miliardi di m³/anno, distribuiti in maniera disomogenea sul territorio
nazionale: 22,9 miliardi di m³/anno al nord, 2,3 al centro e 7,6 al
sud. Il 66% di tale fabbisogno è soddisfatto da acque di fiume,
il 6% da acque di lago e di invaso e il 28% da acque sotterranee.
Nell’ultimo decennio si è assistito ad un raddoppio della quantità
di acqua attinta da corpi d’acqua superficiali, mentre l’acqua emunta mediante
pozzi è passata da ca. 89.000 1/sec a ca. 115.000 1/sec (dati riguardanti
la portata minima). Oltre alla quantità totale emunta va rilevato
che anche la concentrazione degli emungimenti, a parità di acqua
emunta, può determinare fenomeni localizzati di desertificazione.
L’incremento dei fabbisogni idrici e la concentrazione dei consumi,
specie nelle aree costiere, sono la risultante dello sviluppo turistico
e industriale, e dell’urbanizzazione.
Completamento
delle conoscenze e monitoraggio sullo stato del degrado
L’allarme lanciato da tutte le Convenzioni globali (Clima, Biodiversità,
Ozono ed ultimamente Desertificazione) stenta a concretarsi in azioni di
valutazione e monitoraggio a livello nazionale. Nel caso della lotta alla
desertificazione è necessario istituire, attraverso strutture già
esistenti, un sistema permanente di monitoraggio ambientale degli ecosistemi
terrestri e marini e coordinato fra le diverse istituzioni di ricerca,
coinvolte a vario titolo nella temetica. È opportuno che gli studi
e le ricerche sulla desertificazione siano condotti, per avere il massimo
d’efficacia, in piena collaborazione con la popolazione delle aree interessate,
che hanno la memoria storica delle trasformazioni intervenute e un’importante
conoscenza empirica del territorio considerato. Le conoscenze acquisite
debbono rappresentare la base per una nuova valutazione e pianificazione
dell’uso delle risorse a tutti i livelli.
Il Programma di
Azione Nazionale
Per adempiere gli impegni assunti con la ratifica della UNCCD (Convenzione
delle Nazioni Unite sulla Lotta alla Siccità e alla Desertificazione),
il Governo italiano ha costituito il Comitato Nazionale per la lotta alla
Desertificazione (CNLD) di cui l’ENEA è membro attivo. Il ruolo
che il Comitato ha assunto nel corso dei primi due anni di attività
è quello di dare continuità e omogeneità di azione
ai vari livelli (locale, nazionale, regionale, globale) in cui la UNCCD
esplica i suoi effetti.
Il 17 febbraio 2000 è stato presentato a Roma il Programma di
Azione Nazionale di lotta alla desertificazione (PAN), in larga parte basato
sulle linee guida che ha tracciato il Comitato Nazionale, accogliendo pareri
e proposte della comunità scientifica e delle categorie produttive.
Nel Programma Nazionale un ruolo determinante è svolto dalle
Regioni e dalle Autorità di Bacino, le quali entro il 31 maggio
2000 devono indicare le aree vulnerabili alla desertificazione entro il
proprio territorio e formulare specifici programmi d’intervento in quattro
campi di azione individuate dalle Linee Guida.
1) Protezione del suolo
Si tratta di interventi di gestione sostenibile ed ampliamento
del patrimonio forestale, di aggiornamento degli inventari forestali, di
sviluppo della produzione vivaistica per la diffusione delle specie mediterranee,
di prevenzione e lotta agli incendi, di protezione dei pendii e regimazione
delle acque mediante interventi a basso impatto ambientale, nonchè
la realizzazione di cartografia pedologica a scala adeguata con la finalitàdi
dare supporto ad azioni di monitoraggio e controllo.
2) Gestione sostenibile delle risorse idriche
Fra le possibili misure di gestione sostenibile delle risorse
idriche vengono individuati interventi di adozione dei piani di tutela
delle acque e la definizione del bilancio idrico a livello di bacino idrologico,
di definizione e controllo della domanda idrica (fabbisogno), di aggiornamento
e revisione degli strumenti di controllo e verifica delle autorizzazioni
degli scarichi e delle derivazioni, di miglioramento dell’efficienza della
rete di distribuzione idrica per ridurre gli sprechi e le perdite. È
prevista, inoltre, la razionalizzazione delle attività irrigue tramite
l’adozione di tecniche di distribuzione efficienti dell’acqua e la corretta
programmazione degli interventi irrigui. In questo contesto vanno privilegiate:
le produzioni tipiche mediterranee, il controllo e la razionalizzazione
degli emungimenti idrici, l’incentivazione della ricerca sugli usi multipli
dell’acqua nelle aree rurali ed urbane, lo sviluppo del riutilizzo delle
acque reflue in agricoltura, lo sviluppo dei piani di prevenzione, mitigazione
ed adattamento in relazione agli effetti di eventi di siccità, la
raccolta e il riutilizzo dell’acqua piovana in nuovi quartieri urbani e
il ripristino nei centri storici dei sistemi di raccolta andati in disuso.
3) Riduzione dell’impatto delle attività
produttive
Gli interventi vanno finalizzati alla mitigazione degli impatti
dei processi produttivi soprattutto in relazione al consumo di risorse
non rinnovabili, e all’attuazione di misure mirate all’adozione di sistemi
di produzione agricola, zootecnica, forestale in grado di prevenire il
degrado fisico, chimico e biologico del suolo. Tali misure devono mirare,
tra l’altro, all’incremento dell’impiego della frazione organica dei rifiuti
solidi urbani derivata dalla raccolta differenziata e degli scarti organici
di origine agricola in relazione alla produzione di composti di qualità,
nonchè al controllo della pressione delle attività turistiche
sulle aree vulnerabili.
4) Riequilibrio del territorio
In questo settore gli interventi possibili riguardano il recupero dei
suoli degradati per processi di erosione, salinizzazione etc., la bonifica
e la rinaturalizzazione dei siti contaminati di discariche di aree minerarie
abbandonate, la ricostruzione del paesaggio, l’incentivazione di attività
produttive e turistiche sostenibili in aree marginali collinari e montane,
l’incentivazione all’adozione di piani urbanistici che prevedano l’impiego
di tecnologie orientate al ripristino e all’uso appropriato delle risorse
naturali, il riutilizzo delle tecnologie tradizionali e il recupero integrato
dei centri storici.
L’Italia nel
contesto globale
Nel PAN sono individuate anche le nuove strategie della cooperazione
italiana per la lotta alla siccità e desertificazione nei paesi
in via di sviluppo, strategie indirizzate soprattutto alla concentrazione
con i paesi colpiti e al coordinamento dei paesi donatori di risorse economiche
e di “know how”. Le attività di cooperazione, inoltre, devono essere
in grado di fornire ai paesi in via di sviluppo un appoggio tecnico e finanziario
per l’elaborazione e l’attuazione dei Programmi d’Azione Nazionali. È
previsto di indirizzare il sostegno italiano alle istituzioni internazionali
a carattere regionale, i cui Stati membri ricadano in aree particolarmente
colpite, agli organismi internazionali di cui l’Italia rappresenta uno
dei maggiori donatori, ed alle organizzazioni non governative.
L’orientamento delle azioni di lotta alla desertificazione, in accordo
con i principi della UNCCD, dovrà volgersi verso obiettivi di sviluppo
socio-economico sostenibile. Nella definizione di tali azioni si dovranno
affrontare i problemi attraverso approcci integrati, finalizzati a raggiungere
un equilibro fra lo sviluppo e la conservazione delle risorse naturali,
ma si dovranno affrontare anche gli aspetti connessi alla riduzione della
povertà e alla diminuizione delle migrazioni ed esodi per cause
ambientali.
Secondo le disposizioni della UNCCD (nell’Annesso IV che riguarda l’area
mediterranea), i paesi della sponda nord del Mediterraneo, per la loro
relativa omogeneità, sono chiamati a sviluppare la cooperazione
reciproca e a dare maggior forza ed incisività agli interventi nazionali
per mezzo di un Piano di Azione Regionale.
In qualità di presidente di turno dei paesi dell’Annesso IV,
l’Italia ha organizzato a Roma un “meeting” tecnico (13-14 settembre 1999),
nel corso del quale sono stati focalizzati i termini di riferimento e gli
obiettivi del futuro Piano di Azione Regionale per il nord Mediterraneo,
quali:
- Promuovere l’accettazione e la condivisione dei valori e dei principi
della protezione del suolo, dell’ambiente, dell’acqua e delle risorse biotiche,
e la consapevolezza che la desertificazione è un fenomeno che può,
in molti casi, essere fermato e reso reversibile da opportune politiche
d’intervento;
- armonizzare i piani d’azione nazionali dei paesi membri dell’Annesso
IV (paesi della sponda nord del Mediterraneo) e migliorare il loro coordinamento
nel combattere la desertificazione;
- fornire alla Commissione Europea informazioni utili ad individuare
gli obiettivi prioritari e a sviluppare politiche ambientali e strutturali
per la regione mediterranea;
- creare una rete che consenta, alle autorità regionali e locali
delle aree affette da specifici problemi, di organizzare collaborazioni
internazionali nei progetti di prevenzione o mitigazione dei problemi di
desertificazione finanziati dalla UE.
Oltre alla cooperazione regionale, la UNCCD richiama i paesi membri
alla necessità di un coordinamento con le altre regioni e subregioni,
sottolineando il fatto che nel nord Mediterraneo possono essere preparati
ed avviati programmi congiunti, in particolare con quelle regioni che abbracciano
il nord Africa.
Proprio per avere una visione complessiva non solo dei problemi di
desertificazione, ma anche delle altre problematiche a carattere globale
che interessano i paesi dell’area mediterranea, si è svolto a Roma
il 18 febbraio 2000, in occasione della presentazione ufficiale del PAN,
un “workshop” sulle azioni sinergiche comuni alle convenzioni a carattere
globale che potrebbero essere realizzate tra i paesi del nord e del sud
Mediterraneo (in particolare desertificazione, clima, biodiversità).
È essenziale, infatti, definire piani e misure concrete che
consentano il rafforzamento e il coordinamento delle politiche globali,
regionali e locali. Ciò può contribuire non solo a tenere
sotto controllo gli aspetti di degrado ambientale e socio-economico, ma
anche ad indirizzare verso lo sviluppo sostenibile i paesi della sponda
nord del Mediterraneo in relazione e in armonia con gli altri paesi dell’intero
bacino.
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* FIDAF, Federazione Italiana Dottori Agronomi e Forestali
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fratello
EUFRATE
È stato un simbolo di prosperità e di abbondanza fin dalle origini dei tempi e delle civiltà. Melania Mazzucco ha percorso il tratto siriano di queste sacre sponde; 650 chilometri che serpeggiano tra rovine e monumenti di ogni epoca |
Poichè senza la sua acqua la vita sarebbe stata impossibile, fin dalle origini dei tempi l’Eufrate è stato un fiume sacro, sinonimo di prosperità e abbondanza. Secondo i Greci, “Eufrate” deriva da eufranein: “portare gioia”. La Bibbia lo fa sgorgare dalla sorgente che irrora il Paradiso. In realtà sgorga sulle montagne del Tauro, sfocia nelle paludi della Mesopotamia irachena e serpeggia in Siria per quasi 650 chilometri.
In epoca romana, l’Eufrate rappresentava l’ultima frontiera: lungo il
fiume correva il “limes” orientale, il confine costellato di fortini che
doveva difendere l’Impero dalle barbarie. Seguirne il corso è come
compiere un viaggio a ritroso nel tempo, alle origini della nostra identità.
La siria è un Paese affascinante e contraddittorio, ricco di acque
e deserti, di rovine e mutamenti di ogni epoca: i più recenti celebrano
Hafez el-Assad, per trent’anni padre della nazione che, con sorriso rassicurante,
veglia onnipresente, ossessivo, sul Paese sottoforma di statue, murales,
fotografie. Lo si trova all’ingresso di ogni villaggio, agli incroci, sui
tetti, nei negozi. Ovunque. Ora che è scomparso, lasciando il Paese
come orfano, è facile profetizzare smarrimenti e metamorfosi. Ma
la Siria, nonostante l’apparente immobilità, era già un mondo
in fervido mutamento, con labile coscienza del suo passato. Nelle città,
interi quartieri storici vengono abbattuti per far posto a casermoni e
alberghi in non-stile internazionale. Sui minareti, nei villaggi più
sperduti, sono stati istallati la luce verde del neon e un altoparlante:
la voce del muezzin ormai è registrata, come le nostre campane.
Nel deserto, quando vedo la prima tenda dei nomadi, dentro c’è una
donna seduta davanti a un alone di luce azzurra. È una televisione.
Al primo incontro, il grande fiume mi appare come un mare senza sponde.
In verità, è il lago Assad, formato dalla diga di al-Thaura.
Le sue acque sono limpide e pure: invogliano a un bagno ristoratore. L’Eufrate
mi battezza in una spiaggetta solitaria davanti al Qalat al-Jaber, una
cittadella di pietra rosata che risale al XII secolo, ora in rovina. Secoli
fa, i crociati resistettero ferocemente agli arabi, che infine la espugnarono.
Ma oggi, circondata dall’acqua, la fortezza si specchia in un pacifico
azzurro. Sono nel cuore della Siria, a pochi chilometri da al-Thaura, la
città della Rivoluzione, sorta con la diga. Costruita dai sovietici,
attivata nel 1978, la diga, che doveva assicurare energia elettrica al
Paese, ha già permesso di bonificare oltre un milione di etteri
di deserto. Ma non ha mai potuto sfruttare a pieno il suo potenziale: a
monte, in Turchia, la diga di Keban e la colossale diga di Ataturk sbarrano
il corso dell’Eufrate, impoverendone la portata e assetando Siria e Iraq.
| Tra Halabiye e Zalabiye, l’Eufrate forma la strettoia di El-Khanouqa (“lo strangolatore”), riducendosi a meno di cinquecento metri di larghezza. Proprio ad Halabiye, Zenobia - regina di Palmira - aveva fatto costruire il suo palazzo d’estate. | ![]() |
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Dopo Deir ez-Zor, la regione diventa densamente abitata. Asinelli, motocarrozzette e scalcinate Honda intasano la circolazione; arabi letergici dormono sotto gli alberi o languono davanti a banchetti ingombri di frutta e verdura, peperoni grandi come cocomeri, pomodori, cetrioli e zucchine monumentali. Uomini, donne e bambini camminano in un’interrotta processione. Vanno chissà dove, a piedi per decine e decine di chilometri. |
Poco oltre la metà del secolo, Shapur si impadronì di
tutta la Siria e arrivò fino ad Antiochia. Nel 256 i Sassanidi assalirono
Dura, ne deportarono tutti gli abitanti e per qualche tempo la occuparono.
Dovettero andarsene presto. La città si svuotava. Il commercio declinava.
Le carovane provenienti da Palmira evitavano l’Eufrate, ormai strada di
eserciti in guerra, per seguire le piste nel deserto fino alla bassa Mesopotamia.
Dura Europos divenne terra di nessuno e fu restituita al deserto. Nel 363
l’imperatore Giuliano l’Apostata, diretto a Ctesifonte nella sua sfortunata
campagna per resuscitare il governo romano sull’Eufrate, trovò solo
le “rovine di quella che un tempo era stata una città”. Venne il
silenzio, e la colonia fu inghiottita dalla sabbia, fino a che le sue rovine
furono ritrovate per un puro caso. Nel 1920 il capitano inglese Murphy,
scavando trincee nel deserto, scoprì le rovine di un tempio dedicato
agli dei di Palmira. In seguito gli archeologi avrebbero fatto molte altre
scoperte sensazionali: i templi di ben 16 diverse religioni, la prima chiesa
cristiana della storia e una sinagoga ebraica eccezionalmente coperta di
affreschi che raffiguravano storie dell’Antico Testamento. Bagni e pretori,
palazzi, botteghe e il teatro delle donne altolocate. La sabbia del deserto
non aveva costodito solo pietre e cocci: aveva conservato anche legno,
pergamene, papiri, i vestiti dei soldati che difendevano la città,
borse da cammello, mantelli, elmi, lance, armature, dardi dalla punta di
legno. Su uno scudo di cuoio, un soldato aveva tracciato a colori l’itinerario
del viaggio che dai Balcani l’aveva portato a Dura: è il primo esempio
di carta geografica. Mercanti, facchini, eunuchi, doganieri, senatori,
artisti che si ritenevano degni dell’immortalità e umili artigiani
avevano inciso il loro nome nell’intonaco. Un cuoco graffiò sul
muro della cucina il numero di prosciutti che serviva al suo signore.
Il custode in motocicletta mi sfreccia accanto sollevando nuvole di
polvere. “Cento lire” insiste. Poi se ne va, sobbalzando tra le buche,
con il fucile che gli sballotta sulla schiena, lasciandomi in una desolazione
indicibile. Da qui, Abu Kemal - ultima città siriana prima del confine
- dista una trentina di chilometri, Bagdad quattrocento. A sinistra si
stende a perdita d’occhio la steppa della Jezira; a destra, il deserto
siriaco che arriva fino alla Giordania. E in mezzo, esile, la striscia
azzurra dell’Eufrate. A Dura Europos lo spazio è vuoto, il dopoguerra
un militare svizzero tracciò artificialmente la frontiera con l’Iraq,
si scorge il bagliore dei pozzi di petrolio, speranza di questa regione,
che s’è scoperta ricca non solo di passato. L’unico segno della
vita, oggi, è la fiamma rossastra che giuzza e arde nella caligine.
Anche l’aria brucia. Alle dieci del mattino ci sono 46 gradi all’ombra.
La pelle scotta, la polvere è rovente, il paesaggio cristallizzato
nella luce. Tutto è fermo, in un’immobilità millenaria, e
c’è come una sensazione di eternità. Le mura di Dura Europos
abbracciano una città vuota. A parte un recinto di sole, non è
rimasto molto, e per questo pochi visitatori si spingono fin quaggiù.
“A me - scrisse l’archeologo Michail Rostovzev nel 1932 - non è
mai giunta notizia di un solo turista”.
Ancora oggi, il custode passa giorni senza vedere anima viva. Eppure
a pochi chilometri di qui sorge l’antica Mari, che tra il III e il II millennio
a.C. diede vita a una civiltà splendida: ci sono ancora i resti
labirintici del grandioso palazzo di 250 stanze di Zimri Lin, e le decorazioni
di madreperla su bitume, le pitture murali, le statuette d’alabastro dai
sorrisi inafferrabili, le immani statue di basalto arricchiscono i musei
di Damasco, Aleppo e Parigi.
Eppure affacciarsi sulla terrazza di Dura Europos a strapiombo sul
grande fiume, e fissare il deserto dall’altra riva, fa sentire ancora lo
sgomento di quei soldati asserragliati sul limite, stranieri tra stranieri,
a difendere le città e se stessi dal futuro, o forse dal nulla.
Oggi, per mancanza di denaro, nessuno restaura o ripara le rovine. La pioggia
sbriciola i mattoni delle costruzioni riportate alla luce, la sabbia ricopre
le strutture. Tra qualche decennio anche le mura che abbracciano la città
morta si disferanno. Resta poco tempo per venire a vedere ciò che
rimane del sogno irripetibile di vivere insieme, tra diversi, in pace.
| Genoma
umano
nuova frontiera della scienza e dell'umanità |
La Celera Genomics ha identificato le "lettere chimiche" del Dna. Ora si può ricostruire la mappa
Completata la sequenza del genoma umano
NEW YORK - Ce l'hanno fatta. La Celera
Genomics, la società privata di biotecnologie in corsa con gli scienziati
del Progetto Genoma Umano per la decifrazione del nostro Dna, ha annunciato
oggi di aver completato l'opera. Nel comunicato diffuso alla stampa, l'azienda
afferma di aver terminato "la fase della sequenza del genoma di un singolo
essere umano" e che "inizierà adesso a mettere assieme in ordine
i singoli frammenti del genoma con l'obiettivo di completare nel corso
dell'anno la mappa del genoma umano".
In pratica, i ricercatori della Celera sono riusciti a individuare
la sequenza dei tre miliardi di basi chimiche del nostro Dna, cioè
a mettere nel giusto ordine tutte le "lettere" con cui è scritto
il codice della vita di un essere umano. E non ci vorrà molto perché
portino a termine anche la seconda fase del progetto: da tre a sei settimane,
ha detto oggi Venter a Washington, dove si trovava per un'audizione davanti
al Congresso, e poi sarà completato anche l'assemblaggio dei singoli
frammenti di genoma.
Il completamento della mappatura del Dna da parte dell'azienda è avvenuto in poco più di sei mesi di lavoro. Iniziata lo scorso settembre, la ricerca della Celera ha avuto tempi da record, stracciando completamente il concorrente progetto internazionale. L'approccio innovativo usato da Venter e dai suoi collaboratori nell'affrontare il problema della decifrazione del genoma umano, accoppiato con l'uso di ben 300 macchine per sequenziare il Dna e di un supercalcolatore che elaborava i dati, si era già dimostrato vincente tre mesi fa, quando i ricercatori della biotech avevano fatto sapere al mondo di aver coperto il 90 per cento dei nostri cromosomi.
Ma la velocità dei risultati ottenuti dalla Celera, che pur avendo sempre dichiarato di voler rendere pubblici i dati raccolti, ha già richiesto alcune migliaia di brevetti, ha accelerato anche il dibattito sulla legittimità di imporre un diritto di proprietà sul patrimonio genetico umano, spingendo Clinton e Blair a un intervento che ha subito influito (negativamente) sui titoli azionari delle biotech.
Tuttavia, se l'annuncio di oggi ha avuto sulle Borse effetti immediati,
ci vorrà invece parecchio tempo per vedere i primi risultati concreti
degli studi della Celera. La mappatura del genoma umano rappresenta infatti
un punto di partenza, più che di arrivo, e per le applicazioni terapeutiche
gli esperti prevedono un'attesa forse più che decennale, visto che
resta tutto da capire sull'interazione tra i geni e sul loro specifico
ruolo. A meno che, naturalmente, tra qualche tempo non compaia sulla scena
un'altra biotech, con macchinari ancora più potenti, approcci ancora
più innovativi e tanto capitale fresco per finanziare l'impresa.
Claudia Di Giorgio (La Repubblica, 6
Aprile 2000)
Ozono
ed effetto serra
Effetto serra
e buco nell’ozono: due locuzioni che nelle estati scorse sono entrate nelle
chiacchiere da ombrellone. Ma dietro i luoghi comuni ci sono studi scientifici
e tecnologie.
L’ozono è una particolare molecola di ossigeno. Per loro natura
gli atomi d’ossigeno si legano fra loro in coppie ma, in condizioni meno
comuni, possono combinarsi in gruppi di tre: è l’ozono. Si forma
alle altissime quote, oppure in seguito a scariche elettriche intensissime
come i fulmini, o quando gli inquinanti dell’aria sono sottoposti all’azione
dei raggi del sole. A livello del suolo l’ozono fa male, ma ad altissima
quota è una barriera che filtra i raggi ultravioletti del sole,
il cui eccesso uccide la vita.
Negli anni scorsi si è visto che sopra i Poli lo strato d’ozono
andava assottigliandosi, fino a diventare un vero buco, e lasciava passare
i raggi ultravioletti. La principale causa del buco nell’ozono sono gli
atomi di cloro, un elemento molto aggressivo: un solo atomo può
separare centinaia di "terzetti" di ossigeno. Il cloro è stato diffuso
nell’atmosfera nei decenni soprattutto dalle bombolette a spruzzo. Infatti
nelle bombolette il propellente, cioè il gas che dà la spinta,
era un tempo il Cfc (sigla di cloro-fluoro-carburi), a base di cloro.
I Cfc erano stati inventati a ridosso della Seconda guerra mondiale
dalla statunitense Du Pont (con il marchio commerciale di Freon) soprattutto
a fini bellici per il condizionamento dei sommergibili e anche dei carri
armati, i quali nella guerra d’Africa si trasformavano in scatole d’acciaio
rovente. Invece nei sommergibili italiani l’impianto di condizionamento,
indispensabile per rendere tollerabile il lavoro agli equipaggi, funzionava
con cloruro di metilene, tossico: le perdite dalle condutture portarono
all’intossicazione dei marinai e alla perdita di molte unità.
Presto il Freon e i Cfc diventarono gas tuttofare. Innocui per l’uomo
e chimicamente inerti, sono ottimi propellenti (non si combinano con le
sostanze delle bombolette), hanno proprietà detergenti, sono isolanti
termici, sono i migliori gas per produrre freddo (nei frigoriferi e nei
condizionatori) e si prestano come espandente per le schiume di poliuretano
(le imbottiture). Si è visto poi che fra tanti pregi hanno un difetto:
uccidono l’ozono. Per questo motivo i Cfc sono stati sostituiti in tutte
le applicazioni da prodotti alternativi.
L’effetto serra è invece il riscaldamento dell’atmosfera. La
Terra riceve calore dal Sole e dissipa nello spazio il caldo in eccesso.
L’anidride carbonica e il metano (ma anche altri gas) invece hanno l’effetto
di trattenere il calore nell’atmosfera, modificando il clima.
L’anidride carbonica si sviluppa in tutti i processi di combustione
dall’unione del carbonio (combustibile) e dell’ossigeno (comburente). Si
tratta di combustioni biologiche (la respirazione degli esseri viventi,
piante comprese) ma soprattutto della combustione di idrocarburi estratti
dal sottosuolo: carbone, petrolio e derivati, metano.
L’anidride carbonica viene fissata dalle piante (che usano il carbonio
per costruire il legno) o si scioglie benissimo nell’acqua (in una bottiglia
di minerale frizzante è sciolto circa un metro cubo di gas). Ma
gli oceani, enormi contenitori di questo composto, scaldandosi per l’effetto
serra liberano nuovo gas, accelerando il fenomeno.
![]() |
ll
mutevole
Mediterraneo |
di Paul E.La Violette
![]() |
Ecosistemi
marini
come salvarli |
Vi sono qui importanti punti di inquinamento in corrispondenza delle
foci dei grandi fiumi, dei centri industriali, degli insediamenti urbani,
dove si riscontrano abnormi concentrazioni di metalli pesanti, idrocarburi,
composti organo-alogenati, detersivi. A ciò si devono aggiungere,
secondo le varie situazioni, eccesso di nutrienti, perdite di petrolio
dalle navi e scarichi abusivi in alto mare. Malgrado la presenza di un
eccessivo carico inquinante localizzato in prevalenza lungo le coste settentrionali,
le condizioni generali del Mediterraneo non sono tuttavia ancora allarmanti,
sia per l’esistenza di vaste aree ancora indenni (soprattutto lungo le
coste nordafricane e della Turchia dove scarso è ancora l’afflusso
turistico e praticamente inesistente l’industrializzazione), sia per un
più efficace controllo degli scarichi inquinanti.
Vi è quindi ancora spazio per un’inversione di tendenza che
riporti gli inquinamenti a valori accettabili e sventi la minaccia potenziale
che incombe su tutto il Mediterraneo. In questi ultimi anni si è
avuto obiettivamente un graduale miglioramento della qualità delle
acque in varie zone fortemente antropizzate dovuto a più efficaci
sistemi di depurazione e di controllo degli scarichi a mare messi in atto
in base alla Convenzione di Barcellona del 1976. È stato regolamentato
lo scarico delle sostanze tossiche, come ad esempio dei composti organo-alogenati,
dei metalli pesanti, ecc. che tendono ad accumularsi negli organismi attraverso
le catene alimentari. E si sono moltiplicate le iniziative per proteggere
località costiere ancora incontaminate. Ottimi risultati si sono
ottenuti lungo le coste francesi dove forte è la pressione antropica
come ad esempio sulla Costa Azzurra.
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Aree
marine protette
Nel quadro di una politica di prevenzione sono state istituite da vari Paesi aree marine protette lungo la fascia costiera |
I parchi meglio organizzati hanno strutture per la ricerca, il controllo
dell’ambiente, le attività didattiche e culturali, la prospezione
subacquea. In Francia e Spagna vi sono aree protette gestite anche dai
pescatori dove sono consentite varie attività di pesca e allevamento.
La Francia che in questo settore è all’avanguardia in Europa ha
attuato una articolata programmazione di tutela della fascia costiera fin
dalla metà degli anni 60, istituendo una serie di aree marine protette
variamente organizzate a seconda delle esigenze locali che hanno contribuito
a un generale miglioramento della situazione ecologica e ad un graduale
ripristino delle risorse demersali. L’esempio della Francia è di
grande interesse perché l’istituzione delle aree protette non è
concepito semplicemente come un intervento eccezionale per la protezione
di un determinato biotopo, ma come una delle misure di salvaguardia e prevenzione
nel quadro di una razionale pianificazione costiera. Altri paesi si stanno
muovendo su questa linea fra cui la Spagna e la Grecia.
Per quanto riguarda l’Italia in base alla legge
979/82 del Ministero per la Marina Mercantile che prevedeva
l’istituzione lungo le coste italiane di 20 aree in cui realizzare riserve
marine si è proceduto a svolgere gli studi necessari. Alcuni parchi
sono in via di realizzazione, altri sono già in funzione e tra di
essi il parco marino di Ustica, quello di Miramare e la riserva biogenetica
di Montecristo, che fa parte dell’Arcipelago toscano, protetta integralmente
e che è in via di avanzata realizzazione. La nuova legge quadro
349/91 del Ministero dell’Ambiente prende in considerazione anche l’integrazione
della zona marina protetta con la parte terrestre limitrofa e stabilisce
nuove aree per l’istituzione di parchi marini oltre alle 20 proposte dalla
legge 979/82, fra le quali l’arcipelago della Maddalena.
Superare i confini nazionali
di Giuseppe Cognetti
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Genetica
vegetale
le nuove frontiere dell'agricoltura
di Rossella Castelnuovo
D’ora in poi, sentendo parlare di "rosa del deserto", si dovrà chiarire il possibile l'equivoco: se si tratta del famoso cristallo di gesso color sabbia o di vere piante fiorite. Perché oggi la vegetazione è estorta anche ai terreni più aridi e inadatti alla vita, nella spasmodica ricerca di nuovi spazi coltivabili, prima di ricominciare su Marte o sulla Luna. Negli ultimi 50 anni la superficie pro capite di terra coltivabili si è dimezzata e le previsioni non annunciano inversioni di tendenza. È vero che, là dove si applicano le conoscenze più avanzate, la produttività per ettaro è aumentata in misura maggiore dell’aumento demografico. Ma la ricerca di metodi per far crescere cereali e verdure anche nelle ampie distese siberiane o sulle rive dei laghi salmastri è tra i grandi obiettivi di molti biotecnologi.
La mano dell’uomo
Per secoli e millenni l’uomo ha dovuto adattarsi passivamente alle
condizioni naturali. Finché, diecimila anni fa, gli agricoltori
hanno cominciato a modificare la natura per i propri bisogni: sollevando
zolle, irrigando e concimando con successo le zone più fertili del
mondo. Ora siamo a un’altra svolta epocale: la ricerca con punta più
a modificare l’ambiente per far crescere le piante, ma punta a modificare
le piante in modo da riuscire a coltivarle ovunque. Irrigare un deserto
è ovviamente molto più faticoso che coltivare eventuali piante
resistenti alla siccità. Così come si preferisce seminare
specie che non marciscano con troppa umidità piuttosto che cercare
di arginare le alluvioni. La ricerca di biotecnologie in grado di costruire
vegetali adatti ai cosiddetti ambienti "estremi" e quindi assai promettente.
Come conferma a il Mondo Francesco Salamini, direttore del Max Planck
Institut di Colonia e docente all’Università di Milano. "L’uomo
da sempre seleziona le piante per ottenere specie sempre più adatte
ai propri bisogni. ora, con l’ingegneria genetica, lo facciamo in modo
sempre più veloce ed efficiente". Nessuno ancora conosce questi
geni, dice ancora Salamini, e le ricerche attuali stanno sfruttando due
strade principali. La prima, la più battuta, mira ad aumentare l’efficacia
della stima della ereditabilità di un carattere, come la resistenza
agli eccessi di freddo, di siccità o di salinità. Mentre
la seconda punta sull’aumento della variabilità delle specie vegetali,
in modo da poter scegliere, volta per volta, quelle più adatte alle
specifiche esigenze. Quanto più una specie ha dimostrato di essere
coltivabile in diversi Paesi e in zone lontane, tanto più è
probabile che possieda la capacità di adattarsi anche in ambienti
nuovi, purché si riesca a scoprire quale tratto del suo patrimonio
genetico, del suo Dna, regola quella funzione. Per compiere questo lavoro
si usano marcatori genetici cioè frammenti di Dna che corrispondono
alle zone in cui è più probabile siano collocati i singoli
geni responsabili dei vari tipi di resistenza. Una selezione che finora
si basava solo sull’aspetto esterno della pianta (fenotipo), senza poter
valutare quelle potenzialità che ogni essere vivente possiede nel
suo patrimonio genetico (genotipo) e che possono essere nascoste perché
non necessariamente espresse e rese evidenti.
Mais senza sete
L’applicazione più prossima di un’invenzione di questo genere
riguarda un tipo di mais resistente alla siccità, creato dai ricercatori
del Cimmyt, l’istituto messicano dedicato alla ricerca sui cereali
per i Paesi in via di sviluppo. Le notizie riportate qua e là dalle
riviste scientifiche fanno comunque pensare a un discreto di ricercatori,
in tutto il mondo industrializzato, che lavorano da indiscrezioni fino
a che non sono certi della registrazione del brevetto per lo sfruttamento
commerciale.
All’Università di Lund, in Svezia, sono state create piante di tabacco in grado di crescere in terreni ad alto contenuto di sali minerali. L’elemento chiave di questa proprietà è un gene, il "betA", che regola la formazione di un enzima, la collina deidrogenasi e, di conseguenza, la formazione di una sostanza, la betaina, che protegge le cellule dai danni di un ambiente troppo salato. Il meccanismo d’azione, che è ancora del tutto chiarito, influenza di scambi osmotici, di sostanze e di acqua, fra l’esterno e l’interno della pianta. Qualcuno sostiene di aver trovato geni batterici ancora più efficienti del "betA". Ma anche senza questo ulteriore miglioramento il tabacco ingegnerizzato ha mostrato di crescere in terreni salini con rendimenti superiori dell’80% rispetto alle piante non ingegnerizzate. L’enzima per crescere nel deserto si chiama invece "RuBisCo".
Lo stanno studiando in Giappone, al Research Institute for innovative technology for the earth, e dovrebbe costruire il punto di attacco per risolvere un dilemma biologico: come evitare che per catturare una molecola di anidride carbonica, alimento essenziale di ogni vegetale, se ne perdano 500 di acqua. Il gene modificato per migliorare questa prestazione, che aumenta l’anidride carbonica fissata e riduce l’acqua che va persa, per ora funziona nelle sperimentazioni con il batterio Escherichia coli, ma non ancora nelle piante. C’è d’altro canto che invece dell’aridità ha il problema delle inondazioni. L’Irri, il maggior centro di ricerca che ha per oggetto di studio il riso, con sede a Manila, ha stimato in 1.080 miliardi l’anno le perdite di raccolto nei Paesi del Sudest asiatico dovute al monsone, nonostante l’abitudine locale di usare varietà non molto produttive, ma dal fusto tanto alto da superare generalmente il livello dell’acqua. Si cerca dunque il gene della resistenza all’ammollo, che faccia sopravvivere il riso oltre lo standard di una settimana: in collaborazione con i cinesi, i filippini stanno lavorando con un marcatore piuttosto promettente.
"Occhiali" da sole
In Israele, dove meloni e ortaggi sono già innaffiati con acqua
presa dal mare, un gruppo di ricercatori guidati da Ada Zamir dell’Istituto
Weizmann, ha scoperto in un’alga, la Dunaliella, una proteina che protegge
le strutture viventi dall’eccesso di luminosità del sole. La prossima
tappa è l’inserimento del gene di questa proteina nel patrimonio
genetico delle piante, per creare un Dna che assicuri la sopravvivenza
anche in riva al Mar Morto.
Pomodori scottati
Che la luce del sole non sia sempre amica dell’orto è un fatto
ben noto anche in Italia. Giovanni Giuliano, biologo nei laboratori della
Casaccia dell’Enea, vicino a Roma, racconta di ricerche volte a evitare
la "scottatura" dei pomodori: uno shock ossidativo dovuto a un eccesso
di caldo e di luce che fa scolorire le bacche e che sembra avere un passaggio
chiave nel meccanismo d’azione dell’enzima licopene-ciclasi.
Ne possono soffrire anche i boschi di alta montagna, nelle giornate terse, ed è curioso scoprire che quello che accade nei tessuti vegetali non è poi così diverso da quello che succede sulla pelle dell’uomo, abbronzata e invecchiata dalla tintarella. Quello che sicuramente non si troverà nell’uomo è un altro fenomeno molto studiato dai ricercatori delle resistenze estreme: la resurrezione. Ne è capace una pianta, una Craterostigma, molto studiata in questo periodo al MaxPlanck Institut, da Salamini, per la sua capacità di "rivivere" dopo che è diventata secca e apparentemente morta per mancanza d’acqua.
"È evidente che funzioni così complesse sono regolate da molti geni", osserva Salamini. "Il nostro lavoro è individuare quelli che sono più importanti in modo da spostarne pochi per influire anche sugli altri e ottenere l’effetto voluto". La sopravvivenza in situazioni estreme non è dunque una novità inventata nei laboratori. Né una rarità in natura. È vero che è difficile trovare animali e piante superiori in altissima montagna o nelle grotte più profonde. Così come basta la variazione di un grado centigrado (una lieve febbre a 37 e mezzo) per turbare l’equilibrio biologico di un uomo.
Ma è anche vero che negli ultimi anni si sono continuati a scoprire esseri viventi, per lo più microscopici, che hanno come habitat naturale i 120 gradi centigradi o sopravvivono a 3 chilometri sotto la crosta terrestre o addirittura sui fondali degli oceani, sotto la pressione di colonne d’acqua alte 3.600 metri. Un mondo affascinante, per il senso che dà alla vita sulla terra, e ora anche un serbatoio di idee e di materiale per le industrie biotecnologiche.
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dal Mondo |
Tecnologia innovativa per centrali
a carbone
Le centrali a carbone sarebbero responsabili in Europa del 37% delle
emissioni complessive di ossidi di azoto e il costo delle attrezzature
per pulire le emissioni è stato stimato in cinquanta miliardi di
dollari per il prossimo decennio.
La canadese Thermal Energy ha ottenuto dall’Ufficio europeo dei brevetti
la tutela di un suo processo che permette, a condizioni economicamente
accettabili, di ridurre del 90% le emissioni degli impianti.
Il progetto LowNOx e consentirebbe di rilanciare la domanda di carbone
e di rispettare il calendario di drastiche riduzioni delle emissioni fissato
dall’Agenzia europea dell’ambiente, con una riduzione delle emissioni inquinanti
entro il 2010 di almeno il 44% rispetto ai livelli del 1990, e del 30%
nel 2000. Gli obiettivi di riduzione delle emissioni rispetto al 1990 sono
stati fissati in 1,5 e 2,2 milioni di tonnellate annue di ossidi d’azoto
rispettivamente per il 2000 e il 2010.
Una pellicola di plastica sostituisce
il vetro nelle “bioserre”
La pellicola “efte”, un’evoluzione del teflon (la prima plastica fluororata),
rimpiazzerà il vetro in parecchie applicazioni. La prima grande
opera nella quale verrà utilizzata è il “Progetto Eden”,
in Gran Bretagna, attualmente in fase di completamento, nell’ambito delle
realizzazioni previste per festeggiare il nuovo millennio.
Si tratta di due enormi serre sferiche, una di un ettaro e mezzo, l’altra
di 0,7 ettari, all’interno delle quali verranno riprodotte la foresta tropicale
e la foresta temperata.
La serra più grande sarà alta 50 metri, più o
meno come la Torre di Pisa. Realizzarle in vetro sarebbe complicato: troppo
pesante; l’efte è leggera, invece, e richiede così meno acciaio
per reggere i pannelli esagonali e, naturalmente, ha costi inferiori di
trasporto.
È resistente tanto che un pannello di 9 metri quadrati può
reggere il peso di una persona.
È riciclabile, non danneggia lo strato di ozono e ha una elevata
capacità isolante, più del vetro.
Nobel della fisica a due olandesi
Il premio Nobel per la Fisica è stato assegnato quest’anno a
Stoccolma, a due scienziati olandesi per i loro importanti lavori sulla
struttura quantica nella teoria di interazione della forza elettromagnetica
debole.
Gerardus t’Hooft è nato nel 1946 a Den Helder (Olanda). Dopo
il dottorato in fisica nel
1972 all’Università di Utrecht, è stato professore di
fisica nella stessa Università dal 1977. Ritenuto uno fra
i maggiori fisici teorici, è noto per aver teorizzato che il protone,
nonostante sia formato da tante particelle, non si rompe.
Con ciò, t’Hooft ha messo in discussione tutta l’impalcatura
della meccanica quantistica, la teoria che governa da 50 anni la comprensione
dell’atomo ma che, secondo il neo Nobel, è inadeguata a spiegare
tutti i segreti delle forze che agiscono nell’universo subnucleare. Tra
gli altri riconoscimenti, t’Hooft ha ricevuto il Dannie Her ineman Prize
della American Physical Society nel 1979 e il premio Wolf nel 1982.
È membro dell’Accademia delle scienze olandesi dal 1982.
Martnus J.G. Veltman ha 68 anni e si è laureato nel 1963 in
fisica all’Università di Utrecht. Docente di fisica nella stessa
Università dal 1961 al 1981, e poi all’Università del Michigan
Ann Arbor, è attualmente in pensione.Veltman è noto per le
sue ricerche pionieristiche sulle teorie di Gauge e per i suoi calcoli
che hanno fornito la previsione per la massa della particella che nessuno
finora ha mai visto, nota come bosone di Higgs, e per la massa del quark
top, il sesto e ultimo quark della materia, identificato qualche anno fa
nell’acceleratore del Fermilab di Chicago. Tra gli altri riconoscimenti
che gli sono stati attribuiti, ha ricevuto nel 1981 il High Energy and
Particle Physics Prize della Società fisica europea e, nel 1996,
la Medaglia Dirac per la fisica teorica assegnata dal Centro internazionale
di fisica teorica di Miramare, a Trieste. È membro dell’Accademia
delle scienze olandesi dal 1981.
Celle fotovoltaiche più efficenti in U.S.A.
Un record mondiale nella conversione fotovoltaica è stato ottenuto
negli Stati Uniti realizzando una cella solare con efficienza pari al 32,3%,
più del doppio dello standard attuale. Il risultato è frutto
di oltre 10 anni di studi del National Renewable Energy Laboratori (Nrel)
e della Spectrolab, società statunitense affiliata alla Huges Electronic
Corp. Si tratta di una cella a tripla giunzione, costituita da 3 strati
di materiali semi-conduttori (fosfuro di indio/gallio, su arseniuro di
gallio, su germanio): ogni strato è in grado di convertire in elettricità
un particolare intervallo di lunghezza d’onda della radiazione solare,
con un rendimento superiore rispetto alle normali celle al silicio cristallino.
La cella studiata dal Nrel, che ha promosso l’iniziativa per lo sviluppo
di tecnologie in grado di convertire in elettricità un terzo dell’energia
solare è stata trasferita per essere sviluppata e prodotta alla
Spectrolab, la società che fornisce cella a moduli fotovoltaici
all’industria spaziale da oltre 10 anni, ed è alla ricerca di partner
industriali per proseguire nella sperimentazione di questa tecnologia.
L’efficenza della cella, misurata nei laboratori del Nrel simulando
diverse condizioni d’irraggiamento, ha raggiunto il record ad una concentrazione
pari a 50 soli; i ricercatori ritengono ora di poterne aumentare l’efficienza
superando il 40%.
Australia: energia dalle rocce
sotterranee
In Australia per le condizioni geologiche del sottosuolo è possibile
ottenere energia dalle rocce sotterranee e in quantità tale da coprire
il fabbisogno naturale.
Secondo quanto sostengono gli scienziati dell’Università del
Nuovo Galles del sud, l’energia del futuro verrà da giacimenti di
granito carbonifero vecchi di 300 milioni di anni, riscaldati fino a 300
gradi dalla radiazione naturale e dal calore del centro della Terra.
L’elettricità si genera quando l’ acqua fredda, pompata fra
3 e 5 Km di profondità viene forzata attraverso le fratture della
roccia calda. Il vapore super riscaldato fluisce poi in tubatura ad un
generatore in superficie dove si converte in elettricità, e tale
produzione di elettricità dal calore delle rocce sotterranee non
produrrà emissioni di gas che causano il riscaldamento globale.
Ricerche sulla creazione di energia da rocce calde sono state già
condotte in U.S.A., Gran Bretagna , Francia e Giappone, ma l’Australia
sembra il luogo più adatto, grazie alla tendenza del suo granito
a frantumarsi orizzontalmente e non verticalmente, il che facilita il flusso
di vapore.
Nuova tecnica di previsione dei
terremoti in Islanda
Una tecnica di previsione dei terremoti basata sulla misurazione delle
sfasature tra le onde sismiche che si manifestano prima di un evento tellurico
è stata messa a punto da un gruppo di studiosi impegnati nel progetto
Prenlab (Prediction Research in Natural Laboratory), operante in Islanda
con il coordinamento del programma di ricerche della Commissione Europea.
Alla ricerca partecipa, insieme ad organismi di altri 6 Paesi, anche
il dipartimento dell’Università di Bologna. I lavori di Prenlab
hanno permesso, lo scorso anno, di segnalare due volte l’imminenza di un
terremoto in Islanda, un territorio già dettagliatamente monitorato
e per il quale è stata predisposta un’accurata banca dati.
I ricercatori stanno ora tentando di approfondire le loro conoscenze
per permettere ad altre zone sismiche di beneficiare di queste tecniche.
Tecnologia laser bidirezionale
Un nuovo dispositivo, capace di emettere due raggi laser invece di
uno, è stato realizzato grazie ad una tecnologia, la MBE (Molecular
Beam Epitaxy), sviluppata ai Bell Labs, che consente di mettere a punto
nuovi materiali alla base del funzionamento del laser, costruendo uno strato
atomico per volta.
Il prototipo, unico al mondo, è stato chiamato “laser bidirezionale
a semiconduttori” e, una volta sperimentato, potrà avere molte applicazioni,
fra cui quella nell’analisi dei gas atmosferici per individuare il preciso
livello di inquinamento dell’aria.
Il dispositivo, ideato dalla ricercatrice austriaca Claire Gmachi,
appartiene alla generazione dei dispositivi detti “a cascata quantica”
e ne rappresenta un’ulteriore evoluzione.
Tra le applicazioni del laser bidirezionale, ce ne è una molto
promettente nel campo delle telecomunicazioni: grazie al nuovo dispositivo,
si potrebbe addirittura raddoppiare la capacità di trasmissione
su fibra ottica, perchè l’informazione binaria potrebbe essere codificata
su entrambi i fasci di impulsi emessi, a tempi diversi, a differenti lunghezze
d’onda
COMEN
&FONDAZIONE
MEDITERRANEA
ATENE, BRUXELLES,
BURGOS, CIPRO, GENOVA, GERUSALEMME, Il CAIRO, JAFFA, LIPARI, MALAGA, MALTA,
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