Papa Wojtyla ai ragazzi
“Siete il fuoco del mondo”
Giovanni Paolo II affida il 2000 a 2 milioni di “Sentinelle del futuro”

L'evento tanto atteso è andato ben al di là delle aspettative ed è stato come vedere un fiume in piena che travolgeva ogni sterpaglia in una landa desolata e arida. La più grande ed eclatante occupazione di Roma. Nel nome della fede in Cristo, due milioni di giovani sono partiti da tutti gli angoli del pianeta per riunirsi attorno al Papa. Giovani assetati d'amore per il prossimo e non di violenza, giovani operai, studenti, laureati, disoccupati, giovani appartenenti a famiglie umili o agiate, giovani che hanno sempre marciato nella retta via e giovani che l'hanno ritrovata dopo averla smarrita, giovani sani e in condizioni di disagio... sotto lo stesso sole accecante e torrido, sotto le stelle della notte, accampati in una sterminata pianura, stremati dalla fatica e dalla stanchezza ma pronti a ricominciare al primo richiamo.

No, non è stata una "manifestazione", come avrebbero voluto farla passare alcuni laici intellettuali che non hanno ben compreso la portata straordinaria di quanto è accaduto. Abbiamo avuto modo di ascoltare i commenti di alcuni di questi intellettuali, che in verità sono apparsi abbastanza impacciati, alla conclusione della grande veglia con il Papa. Essi dichiaravano in sostanza la loro perplessità su una "manifestazione" fin troppo chiassosa, coreografica ed eclatante per essere riconosciuta come espressione autentica della fede cristiana, facendo tra l'altro analogie storiche (davvero improprie quanto incerte) con altre manifestazioni di piazza. Intellettuali laici che dovranno presto rivisitare le loro convinzioni, c'è d'augurarselo almeno, sulla "immutabilità" dell'appartenenza religiosa, ovvero sulla preghiera intesa come passiva rinuncia alle responsabilità del sociale.

In realtà l'evento si colloca in una dimensione storica che prelude alla nuova società mondiale, a nuove concezioni dei diritti umani e della qualità della vita che si preparano a spazzare via le incrostazioni di una cultura superata, ripiegata su se stessa, espressione di un secolo di amarezze, delusioni, sconfitte e tragedie, con il solo conforto dei progressi della scienza. E la chiave di volta di questi mutamenti epocali, verso i quali ogni intellettuale onesto farebbe bene a riflettere con umiltà scevra da semplificazioni, i due milioni di giovani la identificano ancora in Gesù Cristo, dopo duemila anni di storia. La parola del Vangelo si conferma per questa moltitudine di ragazzi come luce del mondo e fonte inesauribile di amore. E non sono soltanto due milioni di individui. Il Papa li ha definiti appunto "sentinelle del futuro", conferendo loro il mandato di nuovi apostoli, perchè alle loro spalle ci sono centinaia di milioni di uomini e donne con la speranza nel cuore. La speranza di un futuro migliore: lontano dalle guerre, dalle ingiustizie, dalle sopraffazioni, dalle violenze, dalle arroganze dei potenti contro i deboli, dall'uso strumentale delle religioni, dagli odi interetnici, dalla globalizzazione mirata allo sfruttamento dell'umanità e a nuove forme di dominazione. Questi giovani guardano ad una Società nuova in cui non ci sia più posto per il mercimonio politico ed economico, per il fariseismo e la vigliaccheria. Essi guardano a Cristo e al suo Vicario per ricevere la forza morale di cambiare il mondo, con l'amore e non con l'odio!

E con essi cambiano gli atteggiamenti, i preconcetti e le tante ottusità di una pratica della religione che appartiene al passato; poichè è giusto riconoscere che accanto alla santità dei forti e ai grandi insegnamenti cristiani, c'è stata anche ipocrisia, egoismo e presunzione..., concausa probabilmente, delle difficoltà lungo il percorso di avvicinamento con le altre Religioni. I giovani di oggi sanno che l'Amore unisce e non può frapporre barriere sostanziali tra gli uomini, sia sotto il loro Dio che sotto quello Musulmano o Ebraico o altri. Perchè l'Amore per gli altri è già essere nella Casa di Dio.

Altro che "manifestazione". E' stata una fiaccola vivida che ha squarciato le tenebre, un evento su cui sarà bene riflettere molto, perchè viene proprio da quella gioventù che abbiamo in realtà fin troppo trascurato e sottovalutato.

Francesco M. Venerando, Presidente di COMEN

 
L’eredità del Papa nella parole di chiusura al raduno di Tor Vergata: 
un “manifesto” per la Chiesa di domani
di MARCO POLITI
Soffiano nelle conchiglie marine i giovani delle lontane isole Samoa. E dall’altare si spande un suono di carezza, di lamento, di nostalgia. E’ un suono intenso, un vibrare dolce che plana sul grande accampamento delle “sentinelle di Dio”. I due milioni sono stremati e felici. La messa d’addio con papa Wojtyla ne trova ancora parecchi addormentati, stesi alla bell’e meglio su un rettangolo di gommapiuma, chi il viso coperto da un giornale, chi il capo appoggiato in grembo all’amico o all’amica.

Strana messa dove i preti girano in cappellino di paglia o berretti da baseball per distribuire la comunione, e i fedeli vengono inaffiati da giganteschi idranti e quando non girano a torso nudo si cospargono generosamente le teste di acqua minerale. Messa inedita, interrotta dalle sirene delle ambulanze che raccolgono gli svenuti, messa in cui spiccano più ombrelli contro il sole che crocifissi e il pavimento della “chiesa a cielo aperto” è intasato di zaini, cartoni, teli di plastica e pacchi di viveri. E non manca nemmeno un box per infanti, zeppo di orsacchiotti e sonaglini. Rito singolare in cui un canto liturgico africano fa scattare tutti in piedi a saltellare, dimenarsi, battere le mani, facendo muovere le anche persino a qualche prete nei suoi paramenti variopinti. Joseph, di Manila, si è fatto con la carta un copricapo a forma di mitria, ci ha incollato l’immagine di un tabernacolo con la Madonna e se ne va in giro fiero come se fosse un cardinale: “Che meraviglia, ho incontrato giovani così differenti e così vogliosi di comunicare”, dice. E’ la messa del Grande Addio. “Giovani del mondo, voi siete la mia gioia e la mia corona”, esclama commosso il vecchio pontefice. “Siete il cuore giovane della Chiesa, andate in tutto il mondo e portate la pace, siate testimoni del nuovo millennio”. E dalle moltitudini sale il boato degli applausi e il ritmo scandito dei Gio-van-ni Pa- o-lo, seguito dal suono incalzante di quattro milioni di mani battute. Wojtyla si lascia prendere nuovamente dall’entusiasmo e di colpo intona un vecchio canto religioso in polacco. Sale al cielo esile e forte e inaspettata la voce del Vecchio Mago. Karol canta la sua giovinezza, la sua nostalgia, l’età in cui scelse di diventare servo di Dio e i suoi connazionali si sciolgono e urlano: “Ti amiamo, ti amiamo”.
 
Ma è anche la Messa dell’Eredità. Tra sventolio di palme e coppe d’incenso e caste coreografie di ragazze in peplo rosa, che fanno tanto Cecil B. De Mille, Giovanni Paolo II trasmette alle nuove generazioni il testimone della staffetta. A questi ragazzi, che si prostrano in ginocchio dopo aver fatto la comunione, affida il suo lascito, il suo messaggio d’incoraggiamento per il nuovo secolo in arrivo.
 “Gesù non ama le mezze misure - annuncia - c’è bisogno di testimoniare la propria disponibilità a sacrificarsi per gli altri come ha fatto Cristo. Di questa testimonianza ha estremo bisogno la società, ne hanno bisogno più che mai i giovani spesso tentati dai miraggi di una vita facile e comoda, dalla droga, dall’edonismo, per trovarsi poi nelle spire della disperazione, del non senso, della violenza”.
 
In due giorni Giovanni Paolo II ha consegnato ai giovani del mondo il suo manifesto per vivere la fede nel Duemila. 

Li ha esortati alla pace e alla giustizia, li ha spinti a chinarsi sui mille volti di uomini e donne in preda alla fame, alla miseria, alla malattia, alla disperazione del carcere e del peccato per scoprire in loro il viso di Cristo. Li ha impegnati a non essere mai strumento di violenza e di odio. “E’ urgente cambiare strada nella direzione di Cristo, che è anche direzione di giustizia, di solidarietà, di impegno per una società ed un futuro degni dell’ uomo”, scandisce alla folla che capisce e risponde applaudendo, anche se po’ più fievolmente dopo una notte quasi insonne.

Non è una via in discesa, che il Papa indica. Chiede spirito di sacrificio, invita all’impegno esigente del sacerdozio, parla il linguaggio del realismo nella vita privata, quando ricorda che “ogni persona è inevitabilmente limitata e anche nel matrimonio più riuscito non si può non mettere in conto una certa misura di delusione”. E però, su tutto prevale l’ appello a seguire Cristo. Wojtyla lo presenta come maestro e amico. Wojtyla arriva al cuore di ogni ragazzo-pellegrino, quando proclama: “Cristo ci ama e ci ama sempre! Ci ama anche quando lo deludiamo, non chiude mai le braccia della sua misericordia”. Questa è la Chiesa che hanno in mente i due milioni, a questo messaggio dicono sì con il rombo delle ovazioni.
Seicento vescovi e cardinali, migliaia di preti gli fanno ala, ma in questa domenica di agosto Wojtyla - che ringrazia Roma e l’Italia per la “generosa accoglienza” - ha lo sguardo fisso soltanto sulle sue “sentinelle” del futuro. Il grande rave della fede si conclude con una parola d’ordine sferzante: “Se sarete quello che dovete essere, metterete a fuoco tutto il mondo”. Con urla e battimani l’ immensa platea stringe il pontefice in un ultimo abbraccio.

Desidero annunciarvi che la prossima Giornata si terrà a Toronto, in Canada”, esclama il Papa. Il Grande Addio si tramuta in Arrivederci. “Good bye a Toronto nel 2002”, aggiunge in inglese, come per dire che lì lo ritroveranno ancora.
Si alza l’elicottero e sorvola a larghi giri l’accampamento biblico. Karol saluta a lungo i suoi pellegrini stanchi, che si incolonnano sorridenti verso la Città Eterna e il mondo.
(da Repubblica, 21 agosto 2000)

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